Casa è dall’altra parte del mare.
Da Istanbul a Tirana è stata una vera mattanza di caldo, di quelle che dopo qualche ora ti tolgono perfino la voglia di commentare, c’è solo da resistere. Speravamo almeno nella Bulgaria, nei suoi boschi, in un po’ d’ombra e magari in qualche grado in meno, ma nemmeno lì il caldo ha avuto pietà di noi e siamo andati avanti con quella sensazione di essere costantemente dentro un forno, finché Sofia ci ha regalato una parentesi insperata fatta di una camera pulita, un letto morbidissimo e soprattutto un’aria condizionata che funzionava davvero, dettaglio che dopo settimane così assume immediatamente la dignità di bene primario.
In Macedonia, invece, siamo stati protagonisti ancora una volta una di quelle storie che continuiamo a portarci dietro da questo viaggio e che, proprio perché nascono senza preavviso, riescono sempre a commuoverci più delle cose programmate. Stavamo aspettando dei panini in un locale alle porte di Skopje, quando abbiamo iniziato a chiacchierare con un ragazzo che parlava un italiano perfetto e, nel giro di pochi minuti, abbiamo scoperto che aveva lavorato a Teramo con suo padre nel mondo dei gelati, prima di trasferirsi in Germania. Abbiamo scambiato giusto qualche parola, ci ha dato due dritte sulla strada migliore per arrivare alla frontiera albanese e la conversazione sembrava finita lì, una delle tante piccole parentesi che durante il viaggio si aprono e si chiudono in pochi minuti senza lasciare necessariamente traccia.
Mezz’ora dopo è uscito dal locale mentre noi eravamo ancora sulla terrazza a mangiare, ci ha salutati e ci ha detto che il pranzo era stato offerto da lui e dal suo papà . Così, senza nessun motivo apparente, a tre perfetti sconosciuti con cui aveva parlato per pochi minuti ma che arrivavano dall’Italia , che per loro era stata un’occasione, un posto in cui avevano potuto lavorare, costruirsi qualcosa e guadagnare soldi che altrimenti forse non avrebbero avuto la possibilità di avere. Noi, in quel momento, eravamo semplicemente tre persone che arrivavano da quel Paese e, per loro, questo era sufficiente per voler restituire qualcosa.
Dopo cinquanta giorni di viaggio, dopo benzina regalata, frutta offerta per strada, tè serviti con una cura incredibile nei posti più improbabili e pranzi pagati da persone che non ci dovevano assolutamente nulla, pensavo che avremmo smesso di sorprenderci davanti a certi gesti, invece succede il contrario. Più ne ricevi, più ti rendi conto di quanto siano rari proprio perché non hanno uno scopo ed è questo che ce li fa sentire così forti: non c’è convenienza, non c’è pubblicità, non c’è ritorno, c’è solo qualcuno che decide di farti del bene perché in quel momento può farlo.
Gli ultimi due giorni in Albania li abbiamo trascorsi completamente ospitati da una famiglia amica di Gianni, proprietaria di un resort meraviglioso, e forse non potevamo immaginare una chiusura migliore dopo settimane di spostamenti continui. Ci hanno accolti in modo totale, facendoci sentire non clienti ma ospiti veri, abbiamo rivisto il nostro amico Martin e finalmente siamo riusciti anche a mangiare un piatto di pasta degno di questo nome, esperienza che dopo così tanto tempo lontani da casa è stata quasi commovente e probabilmente molto più emozionante di quanto sia ragionevole ammettere per un piatto di carboidrati.
Adesso sto scrivendo dal traghetto, siamo appena salpati da Durazzo e davanti a noi c’è Ancona, mentre dietro resta una quantità di strada talmente enorme che faccio ancora fatica a metterla in ordine nella testa. Cinquanta giorni, migliaia e migliaia di chilometri, confini, deserti, montagne, pioggia, caldo, polvere, città gigantesche e villaggi minuscoli, giornate meravigliose e giornate in cui avremmo voluto soltanto arrivare da qualche parte e chiudere la porta di una stanza alle nostre spalle. È stato enorme, stancante, estenuante, faticoso, lunghissimo, a tratti massacrante, ma se qualcuno mi chiedesse oggi se lo rifarei, la risposta sarebbe la stessa senza alcuna esitazione: domani.
Voglio ringraziare tutti quelli che ci hanno seguito durante questa avventura, anche solo leggendo le cose che abbiamo provato a scrivere qui, lasciando un commento, mandando un messaggio o seguendoci sui social. Sembra una cosa piccola, ma sapere che dall’altra parte c’era qualcuno che magari aspettava il racconto successivo, che rideva con noi, si preoccupava, faceva domande o semplicemente guardava una foto, ha fatto parte del viaggio molto più di quanto si possa immaginare. Voglio ringraziare gli amici che ci aspettano a casa e le nostre famiglie che finalmente, da domani, potranno smettere di chiedersi in quale confine sperduto siamo finiti, se abbiamo trovato benzina, se siamo vivi o se ci siamo infilati per l’ennesima volta in una strada che sulle mappe non esiste…E tirare un sospiro di sollievo.
Un grazie enorme va a Gianni, che è stato un compagno di viaggio straordinario e che, per cinquanta giorni, è riuscito nell’impresa non banale di viaggiare insieme a una coppia senza mai trasformarsi nella terza vittima di un litigio. Sempre sorridente, mai una lamentela, mai un problema, una resistenza ai chilometri che definire incrollabile è poco e una capacità di affrontare giornate infinite senza perdere l’umore che abbiamo ammirato ogni volta. A sessantacinque anni ha macinato strada, caldo, sterrati, confini e stanchezza con una tenacia che merita davvero un enorme chapeau.
E poi c’è Mauri, che meriterebbe un capitolo a parte, perché condividere un viaggio così con il proprio marito non significa semplicemente stare insieme per cinquanta giorni, ma vivere praticamente senza filtri. Vuol dire cambiare albergo ogni sera, smontare e rimontare bagagli, affrontare fame, stanchezza, caldo, nervosismo, problemi alle moto e tutti quei momenti in cui non hai nessuna possibilità di ritirarti nel tuo angolo e prenderti una pausa dall’altro, perché il giorno dopo si riparte insieme e la strada non aspetta che tu abbia ritrovato il buonumore.
A questo aggiungiamo il ciclo, ben due volte, il pre ciclo e il post ciclo, sempre due volte, e possiamo dire che la sua pazienza sia stata sottoposta a un collaudo molto più serio di quello di qualunque mezzo motociclistico. Io so benissimo di non essere facile e so altrettanto bene quante volte abbia tirato quella pazienza al limite, rispondendo male, innervosendomi per stupidaggini o scaricando su di lui la stanchezza di giornate lunghissime. Eppure non c’è stato un solo momento in cui non mi sia sentita al sicuro. Si è occupato della mia moto, l’ha controllata, sistemata, ascoltata quando faceva un rumore strano e si è preoccupato perché io non dovessi avere problemi, con quella forma di attenzione che magari sul momento dai per scontata perché sei stanca o concentrata su altro e che invece, guardandola adesso da questa nave, assume un peso enorme. Mi sono sentita protetta senza mai sentirmi limitata, accompagnata senza mai sentirmi portata, e credo che questa sia una delle cose più difficili da trovare quando condividi qualcosa che per entrambi è così importante.
Io ho una discreta montagna di orgoglio sotto cui riesco a infilarmi con sorprendente agilità ogni volta che rispondo male, e tirarmene fuori per chiedere scusa non è sempre la cosa che mi riesce meglio. Quindi lo faccio qui, nero su bianco, così almeno non posso fingere di non averlo detto: GRAZIE per avermi sopportata anche quando qualunque altra persona dotata di un minimo istinto di conservazione avrebbe probabilmente rallentato accanto a un gruppo di cammelli, mi avrebbe salutata con affetto e avrebbe proseguito senza voltarsi.
Non so se i viaggi rendano migliori e continuo a diffidare un po’ di chi lo sostiene con troppa sicurezza. Certamente rendono più sporchi, più stanchi, più adattabili e molto meno impressionabili davanti a bagni discutibili, strade assurde e pasti di provenienza incerta. Però, se durano abbastanza, spostano lentamente la misura delle cose e ti costringono a scoprire che alcune preoccupazioni erano molto più grandi nella tua testa che nella realtà, mentre certi gesti che prima avresti considerato insignificanti finiscono per occupare uno spazio enorme. Domani torniamo a casa e questa frase, che per settimane è sembrata lontanissima, adesso fa un effetto strano. Sono felice di rivedere le persone che ci aspettano, di dormire nel nostro letto, di non dover più cercare una camera ogni sera e di ritrovare quella normalità che abbiamo desiderato in alcuni momenti e che, conoscendoci, inizieremo a trovare troppo normale dopo circa quarantotto ore….ma c’è già una parte di me che sente la mancanza della strada prima ancora di averla davvero lasciata.
Siamo certi che sia questo a restare dopo cinquanta giorni così..non la soddisfazione di aver completato un itinerario, ma la sensazione di aver vissuto abbastanza intensamente da non riuscire più a rientrare completamente nella persona che eri prima di partire. Torni a casa con le stesse moto, gli stessi documenti, gli stessi nomi e apparentemente la stessa vita, ma hai accumulato persone, odori, lingue, paure, risate, errori, gentilezza, stanchezza e immagini che ormai fanno parte di te e che non puoi più restituire.
Il traghetto si sta allontanando dalla costa e per la prima volta dopo cinquanta giorni davanti a noi non c’è una strada da scegliere, un confine da attraversare o una città da raggiungere, ma soltanto il mare e, dall’altra parte, casa.
E in questo momento capiamo davvero quanto siamo stati lontani.