ISTANBUL. Tra due continenti e cento vite.

Istanbul è una città che non si lascia guardare da lontano, perché appena pensi di aver trovato la distanza giusta per capirla lei cambia faccia, ti prende per un braccio e ti trascina da un’altra parte. Può essere elegante e sgangherata, solenne e rumorosa, antichissima e proiettata nel futuro nel giro di pochi metri, e questo spiega perché ogni volta che torni hai la sensazione di non esserci mai stato davvero abbastanza.

Attraversarla in moto significa entrarci senza filtri perché non ti concede una transizione morbida ma ti getta subito tra taxi che si infilano dove tecnicamente non dovrebbe esistere spazio, motorini che materializzano corsie invisibili, autobus, clacson e un navigatore che sembra perdere lucidità peggio di te . All’inizio provi ancora a guidare seguendo il codice della strada che conosci, poi capisci che devi imparare rapidamente il ritmo degli altri e accettare che qualcuno ti sorpasserà comunque, anche se davanti a te c’è un muro.

Poi compare il Corno d’Oro, o il Bosforo, o una cupola che spunta tra i palazzi, e tutto il nervoso dei cinque minuti precedenti evapora. Istanbul ha questo talento irritante e riesce a farti passare dalla bestemmia automobilistica alla contemplazione mistica nel tempo di un semaforo. Guardi l’acqua, i traghetti che tagliano il blu, i gabbiani che sembrano proprietari ufficiali della città e le moschee che si alzano sopra i tetti, e capisci perché da secoli tutti abbiano voluto possederla senza riuscire mai davvero a contenerla.

È stata Bisanzio, poi Costantinopoli, poi Istanbul, capitale di imperi e punto d’incontro tra mondi che spesso fingiamo di considerare separati. Greci, romani, bizantini, ottomani, mercanti, pellegrini, soldati, ambasciatori, viaggiatori e intere generazioni sono passati di qui lasciando qualcosa e portandosi via qualcos’altro. La città non ha mai avuto un’identità unica, e proprio per questo ancora oggi sembra possederne cento.

A Sultanahmet questa eredità si avverte in modo quasi fisico. Scendi nella Basilica Cisterna e il rumore della superficie sparisce, sostituito dall’acqua, dalle colonne e da quella luce bassa che fa sembrare tutto più vicino a un sogno che a un’opera di ingegneria. Risali e pochi minuti dopo ti ritrovi davanti alla Moschea Blu, con il cortile, le cupole e quel modo tutto ottomano di costruire qualcosa di immenso senza renderlo pesante. Poco più in là c’è Santa Sofia, che da sola potrebbe raccontare un’intera storia del Mediterraneo: basilica, moschea, museo e di nuovo moschea, quasi a ricordare che Istanbul non cancella ciò che è stata, ma lo incorpora.

Poi percorri qualche strada e la monumentalità lascia spazio ai venditori, al profumo delle castagne, al pane, al caffè turco, alle spezie e a quel miscuglio di voci che ti fa capire di essere in una città che non ha mai smesso di essere un mercato. Il Gran Bazar è il luogo in cui questa vocazione diventa più evidente: puoi entrarci con l’intenzione di comprare una cosa precisa e uscirne due ore dopo con qualcosa di completamente diverso, senza sapere bene come sia successo e con la convinzione, probabilmente falsa, di aver fatto un ottimo affare. Qui la contrattazione non è soltanto comprare e vendere, è una forma di conversazione. Ti offrono il tè, ti chiedono da dove vieni, iniziano a parlare dell’Italia, di calcio, di moto, di parenti improbabili che vivrebbero a Milano e poi, quando ormai hai dimenticato il motivo per cui eri entrato, ricompare magicamente il prezzo. Alla fine non sai più se hai comprato un oggetto o sei stato arruolato in una piccola rappresentazione teatrale, ma quasi sempre ne esci sorridendo.

La parte che ho amato di più, però, è stata Karaköy, perché lì  sembra smettere di voler dimostrare qualcosa. Ci sono vecchi edifici, caffetterie, botteghe, locali, pescherie, gente che attraversa le strade con una fretta tutta sua e il mare sempre vicino. Il Ponte di Galata collega due sponde e due ritmi, con i pescatori sopra e i ristoranti sotto, mentre i traghetti continuano a passare come se fossero autobus. È uno di quei posti in cui puoi stare fermo mezz’ora senza fare nulla e sentirti comunque dentro la città…Poi basta prendere un traghetto verso Kadıköy e l’atmosfera si fa più quotidiana. Il lato asiatico ha un’energia meno monumentale, con mercati, pescherie, ristoranti, ragazzi seduti fuori dai locali e un rapporto con il quartiere che sembra pensato più per chi ci vive che per chi arriva. Attraversare il Bosforo in traghetto è il modo più semplice per capirla e in venti minuti passi da un continente all’altro senza quasi accorgertene, con il tè caldo in mano e i gabbiani che volano accanto alla barca aspettando simit lanciati da qualcuno.

Mi piace soprattutto guardarla dall’acqua, perché da lì la città diventa profilo. Le cupole, i minareti, la Torre di Galata, i palazzi sul Bosforo, le colline, i ponti e le case sembrano finalmente entrare nello stesso disegno. Da terra Istanbul è un insieme difficile da abbracciare; dall’acqua, per qualche minuto, sembra leggibile.

A Pera e Beyoğlu l’atmosfera cambia ancora, con palazzi ottocenteschi, vecchi consolati, locali, negozi e quella lunga corrente umana che attraversa İstiklal Caddesi praticamente a qualsiasi ora. Il vecchio tram rosso prova eroicamente ad avanzare in mezzo alla folla e la gente gli concede strada con la stessa disciplina con cui qua vengono rispettate tutte le regole, cioè quando capita. Da lì basta infilarsi in una strada laterale per lasciarsi alle spalle il rumore principale e ritrovarsi in piccoli locali, librerie, ristoranti e angoli che sembrano appartenere a una città molto più piccola.

Istanbul è anche una città verticale e per questo  la sera, quando torni in hotel , te la senti proprio tutta, principalmente nelle gambe. Salite, discese, scale, vicoli, funicolari, metropolitane, traghetti e ponti fanno sì che ogni spostamento sia un piccolo viaggio dentro il viaggio. Dopo ore a camminare ti convinci di aver finalmente capito come sia organizzata, poi giri un angolo e scopri che stai andando esattamente nella direzione opposta a quella che credevi.

La sera il sole scende sull’acqua, le moschee iniziano a illuminarsi, i traghetti lasciano scie bianche sul Bosforo e nei ristoranti arrivano pesce, meze, pane caldo, tè e raki. Dai locali esce musica e per qualche minuto hai la sensazione che abbia deciso di concederti una tregua, anche se sai perfettamente che qualcuno potrebbe suonare il clacson, imprecare in turco o piantare un inchiodata in macchina sotto la tua finestra da un momento all’altro.

È questo che ci piace tanto.. non cerca mai di essere facile. Non è una città che si lascia riassumere in tre monumenti, né un luogo ordinato, silenzioso o riposante, ma possiede una vitalità quasi fisica che ti costringe a esserci davvero. Puoi essere stanco, avere male ai piedi, aver litigato con il navigatore e aver giurato almeno tre volte che il giorno successivo non camminerai più di due ore, ma poi arriva il tramonto sul Bosforo e improvvisamente stai già pensando a dove andare dopo cena.

Arrivarci dopo settimane di viaggio ha reso tutto ancora più intenso, perché ci è sembrata quasi un riassunto di quello che avevamo attraversato: Europa e Asia insieme, magnificenza e decadenza, ospitalità e confusione, tradizione e modernità, tutto nello stesso spazio e senza alcun bisogno di scegliere. Dopo 20000km abbiamo imparato che i luoghi più interessanti sono spesso quelli che non si lasciano spiegare fino in fondo, e Istanbul sembra aver costruito la propria identità proprio su questo principio…E quando la guardiamo dal Bosforo, abbiamo sempre la sensazione che non sia possibile salutarla davvero. Puoi partire, attraversare un ponte, prendere un traghetto, lasciarti alle spalle le sue luci, ma una parte della città continua a seguirti sotto forma di odori, colori e immagini che tornano fuori quando meno te lo aspetti.. Non è il genere di posto che conservi ordinatamente nei ricordi , tende a rimanere mescolata a tutto il resto, come il profumo del caffè che si attacca ai vestiti o il richiamo dei gabbiani che continui a sentire anche quando sei già lontano. Ecco perché ci torneremmo ancora, nonostante il caldo, le salite, la folla e tutto ciò che ogni volta ci fa promettere che sarà l’ultima.. riesce sempre a lasciarti la sensazione che, da qualche parte, ci sia ancora un vicolo che non hai percorso, un traghetto che non hai preso, una terrazza che non hai visto e un’altra sfumatura della città che , dietro ad un angolo che può sembrare anonimo, ti strizza l’occhio e ti sussurra all’orecchio che , con te, lei non ha ancora finito.

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Casa è dall’altra parte del mare.

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SAFRANBOLU. Tra il profumo dei fichi e il rumore del Bosforo.