SAFRANBOLU. Tra il profumo dei fichi e il rumore del Bosforo.

Safranbolu non ha avuto bisogno di impressionarci con qualcosa di grandioso, perché le è bastato lasciarci addosso l’odore dei fichi maturi sulle piante, il caldo fermo del pomeriggio, le cicale che cantavano come a casa, da bambina, nei pomeriggi d’estate dove le persiane socchiuse e le tende di lino bianco si muovevano appena nell’aria. Per qualche ora abbiamo avuto la sensazione stranissima di essere molto lontani ma dentro qualcosa di familiare, come se certi luoghi del mondo sapessero parlarci usando ricordi che non appartengono a loro.

Safranbolu ha anche una storia che spiega bene questa sua atmosfera sospesa. Per secoli è stata una tappa importante lungo le rotte carovaniere tra l’interno dell’Anatolia e il Mar Nero e, tra il XVII e il XIX secolo, è diventata un centro prospero grazie ai commerci. Le sue case ottomane, molte costruite tra Settecento e Ottocento, raccontano ancora quel periodo con cortili interni, grandi finestre, legno scuro e stanze pensate per adattarsi alle stagioni. Il fatto che gran parte di questo tessuto urbano sia sopravvissuto quasi intatto è uno dei motivi per cui oggi Safranbolu è considerata uno dei migliori esempi di città ottomana conservata.

Questa storia, però, non la percepisci come qualcosa di distante. La senti nelle case che sono ancora abitate, nei giardini, nei piccoli forni, nei negozi, nei gesti di chi continua a vivere dentro quegli spazi senza trasformarli in una scenografia. Siamo stati ospiti di una ragazza gentilissima che ci ha accolti con una naturalezza disarmante, e il tè servito in giardino è diventato uno di quei momenti che, mentre li vivi, sembrano quasi insignificanti e poi ti accorgi che sono proprio quelli a cui continui a ripensare. I manti meravigliosi ( piccoli raviolini di pasta ripieni di carne), i tessuti, i bicchieri perfetti, una zuppa di lenticchie che sapeva quasi di miele e quella cura discreta nel servire ogni cosa hanno fatto sembrare semplice qualcosa che semplice non era affatto: farci sentire a casa in un posto che casa non era.

Poi alle quattro del mattino arrivava la moschea e il richiamo alla preghiera attraversava la città quando fuori era ancora buio. La prima notte ci ha svegliati imprecando , la seconda quasi lo aspettavamo già, e alla fine era diventato uno dei suoni che associavamo al luogo insieme alle cicale e alle voci dei commercianti. Il viaggio modifica in fretta ciò che consideriamo normale.. quello che all’inizio sembra estraneo, qualche giorno dopo entra già nella memoria come se fosse sempre stato lì.

Naturalmente abbiamo compensato tutta questa poesia assaggiando lokum praticamente ovunque, con una dedizione che a un certo punto non poteva più essere giustificata con alcun interesse culturale. Pistacchio, rosa, melograno, nocciola e ogni altra variazione possibile sono diventati un percorso parallelo dentro la città, mentre io e Gianni continuavamo a sostenere seriamente che fosse necessario “capire le differenze”. Crediamo che a un certo punto non stessimo più degustando nulla ma semplicemente facendo del nostro meglio per esaurire la produzione locale.

Abbiamo ritrovato anche un ristorante dove io e Mauri eravamo già stati due anni prima. Tornare in un posto lontano che avevamo già conosciuto ci ha messo davanti a una cosa molto semplice e abbastanza scomoda: il luogo era quasi lo stesso, mentre noi no. Riconoscevamo il tavolo, un profumo, un gesto, ma nel frattempo avevamo attraversato altre strade, perso persone, incontrato altre vite, cambiato idea su molte cose e, senza accorgercene, eravamo diventati una versione diversa di quelli che erano entrati lì la prima volta.

Ci hanno servito del formaggio fuso in piatti intagliati d’argento, portati da un signore anziano con una cura quasi rituale, e per un attimo abbiamo avuto la sensazione che il tempo si fosse piegato su se stesso. Due anni prima eravamo stati lì senza sapere cosa sarebbe successo dopo; adesso eravamo tornati con migliaia di chilometri, Paesi, paure, imprevisti e ricordi in più. Lui continuava a servire quel piatto nello stesso modo e noi, dall’altra parte del tavolo, eravamo cambiati completamente.

La sera Safranbolu diventava ancora più intima. Il caldo finalmente mollava la presa, l’aria fresca sembrava rimettere insieme il corpo dopo ore passate a sciogliersi, i gatti comparivano ovunque e le bandiere turche si muovevano, chiamandoti  piano tra i tetti… quasi a dirti “ Vieni, che devo ancora regalarti qualcosa di bello”. C’era qualcosa di commovente in quella calma, non perché fosse perfetta, ma perché sembrava non avere bisogno di essere altro da quello che era. Dopo settimane passate a inseguire strade, confini e mete, ci siamo accorti che stare fermi qualche ora in un giardino, guardare dei gatti sonnecchiare pigri sulle pietre scaldate dal sole e raccogliere i fichi dalle piante poteva avere lo stesso peso di un panorama enorme.

È questo che ci ha lasciato: la sensazione che non tutte le cose importanti arrivino facendo rumore. Alcune si infilano piano, mentre bevi un tè, mentre riconosci un ristorante dopo due anni, mentre senti il muezzin prima dell’alba o mentre guardi una bandiera muoversi appena sopra i tetti…E proprio perché siamo ormai quasi alla fine del viaggio, questi dettagli ci toccano più del previsto, perché cominciamo a capire che presto non saranno più davanti a noi ma soltanto dentro di noi.

Siamo ripartiti verso Istanbul due giorni dopo e il contrasto è stato quasi comico nella sua brutalità. In poche ore siamo passati dai fichi, dai cortili e dalle cicale a clacson, svincoli, taxi, motorini, ponti e un traffico che sembra organizzato secondo principi che nessuno ha mai avuto il coraggio di mettere per iscritto. Istanbul non ci chiede se siamo pronti, ci inghiotte e basta, e dopo giorni di ritmi più lenti ci ritroviamo immediatamente a ricordare che qui ogni metro di strada va conquistato.

Eppure, appena compare il Bosforo, il nervoso si abbassa, lo sguardo si allarga e il caos acquista improvvisamente un senso. I traghetti, le cupole, i minareti, le colline, l’Europa da una parte e l’Asia dall’altra restituiscono a questa città un’energia che nessun’altra riesce davvero a replicare. È eccessiva, rumorosa, stancante, ma anche terribilmente viva.

Arrivarci questa volta è stato diverso, perché dopo settimane di strada, avevamo imparato a lasciare più spazio alle cose, a non pretendere di capirle subito e a non confondere il caos con il disordine o la decadenza con la mancanza di valore. Safranbolu ci aveva rallentati abbastanza da ricordarci quanto possa essere profonda una cosa piccola, Istanbul ci ha rimesso in movimento con tutta la sua forza. Safranbolu sembrava volerci  trattenere , Istanbul sembra faccia di tutto per spingerci avanti. Una ci fa venire voglia di fermare il tempo, l’altra ci ricorda che il tempo non si ferma affatto. E in mezzo ci siamo noi, quasi al termine di un viaggio che per settimane ci è sembrato infinito, con la consapevolezza sempre più netta che presto tutto ciò che adesso è rumore, odore, caldo, luce, stanchezza e strada diventerà memoria..

E così ieri sera, entrando a Istanbul, abbiamo sentito insieme due cose apparentemente opposte: la felicità di essere arrivati e una specie di malinconia anticipata per tutto quello che stava già iniziando a finire.

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ISTANBUL. Tra due continenti e cento vite.

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LA STESSA STRADA. ALTRI OCCHI..