LA STESSA STRADA. ALTRI OCCHI..
La D915 questa volta l’abbiamo presa in discesa e, per essere una strada che ricordavamo come spettacolare, ha fatto di tutto per presentarsi nel modo peggiore possibile. Nuvole nere, asfalto fradicio, nebbia che si mangiava il paesaggio e quella fanghiglia sottile che per me era semplicemente fastidiosa, mentre per Gianni rappresentava ormai un’entità dotata di intenzioni ostili. Aggiungendo le sue vertigini, i tratti esposti e una visibilità che in certi punti sembrava concessa solo per garbo, il risultato è stato un uomo che avanzava con la concentrazione di chi sta disinnescando una bomba e noi due che cercavamo di incoraggiarlo con battute probabilmente molto meno utili di quanto pensassimo.
La cosa più strana, però, era sapere che quella strada l’avevamo già fatta. Nel 2024 eravamo passati di lì e avevamo lasciato i nostri adesivi in un piccolo “bar” ( dove la parola BAR in questo contesto è un concetto davvero astratto) dopo la discesa, quasi un gesto stupido e leggero, uno di quelli che fai senza pensare che due anni dopo tornerai a cercarlo. E invece gli adesivi erano ancora lì, identici, mentre noi no. Mi ha colpita più di quanto avrei immaginato, perché in quel pezzetto di plastica rimasto fermo sul muro c’era la misura esatta di quanto ci fossimo mossi noi nel frattempo, non solo in chilometri ma in esperienza, paura, capacità di adattamento, modo di stare sulla moto e di stare al mondo. Ci sono cose che restano immobili e proprio per questo ti fanno capire quanto sei cambiato.
Nel “bar” abbiamo incontrato due ragazzi siciliani che non avevamo mai visto prima e con cui, nel giro di poco, ci siamo ritrovati a condividere pranzo, informazioni, storie di frontiere, strade, deviazioni e problemi vari. È incredibile quanto poco serva, in viaggio, per saltare tutte quelle formalità che a casa occupano intere serate. Basta sapere che l’altro ha fatto ore di moto, ha avuto freddo, caldo, paura di rimanere senza benzina o ha dormito in un posto indegno, e improvvisamente c’è già un linguaggio comune. Non hai bisogno di spiegare perché sei lì, perché sei partito o perché consideri normale mangiare una buonissima frittata dentro una padella enorme ,su una sedia di plastica davanti a un passo di montagna: l’altro lo sa già.
Poi siamo ripartiti verso Uzungöl, e la giornata ha continuato a muoversi in quella zona grigia tra il grottesco e il memorabile. Pioggia, stanchezza, strade sterrate, ricerca di un posto dove dormire, strutture piene, camere improbabili, prezzi da località turistica e una pazienza ( la mia) che iniziava a sgretolarsi molto velocemente . Come se non bastasse, io sono rimasta a secco di carburante ma in quel preciso momento è comparso un signore con una tanica. Non so ancora se fosse un uomo o una creatura mitologica uscita dal lago di Uzungol, ma mi ha dato la benzina, non ha voluto soldi e ha risolto in due minuti un problema che nella mia testa stava già diventando enorme.
È uno dei paradossi che questo viaggio continua a sbattermi in faccia: più vai lontano e più scopri quanto spesso a tirarti fuori dai guai siano persone che non sanno nulla di te, non ti devono niente e probabilmente non ti rivedranno mai. Noi partiamo pieni di assicurazioni, strumenti, navigatori, piani B e piani C, ma poi a salvarti la giornata è un uomo con una tanica che compare dal nulla e ti regala quello che ti serve…. E te lo dice pure con un sorriso grande come il mare: “l’importante non sono i soldi ma questo momento. Io ho la benzina e a te serve.. tutto qua. Non dimenticarmi e continua il tuo viaggio tranquilla, sono felice di averti aiutato a farlo” e niente …Asfaltati. Lacrime. Fazzoletti.
Una cosa piccola, certo, ma sono proprio queste cose piccole a smontare con una certa efficacia l’idea che abbiamo di essere autosufficienti.
Una volta trovata finalmente una sistemazione siamo usciti lungo il lago con un obiettivo molto più serio di quanto possa sembrare: trovare dei gözleme decenti. Uzungöl, nella parte più turistica, continua a non essere il nostro genere di posto e infatti, coerentemente con questo disprezzo per il consumismo, abbiamo comprato venti spugne profumate da portare agli amici. Venti. Su tre moto già cariche oltre ogni forma di buon senso. Non so se questa sia evoluzione personale o degenerazione logistica, ma a quel punto nessuno aveva più l’autorità morale per porre domande.
Mauri, nel frattempo, si è dedicato alla sua tradizione più stabile di tutto il viaggio: la ricerca del paio annuale di ciabatte orrende. Ogni anno riesce a trovarne un modello peggiore del precedente, cosa che ormai richiede talento e costanza. Io credo che non le scelga più per usarle, ma per dimostrare che l’estetica è un concetto sopravvalutato. Per fortuna stavolta la missione è miseramente fallita.
La sera siamo finiti in una casa che, vista da fuori, suggeriva già prudenza e, vista da dentro, confermava ogni sospetto. Il bagno aveva il soffitto coperto di muffa e l’edificio sembrava avere più anni di quanti fosse disposto ad ammettere, ma mentre aspettavamo che smettesse di piovere ci hanno servito il tè nello sgabbiotto della reception in bicchieri perfettamente puliti, ordinati, impeccabili. E lì, più che in tanti monumenti, ho sentito la distanza tra ciò che consideriamo comfort e ciò che è cura. Puoi avere muri cadenti e un bagno tremendo, ma se offri il tè lo fai bene, con attenzione, con rispetto, come se quell’atto avesse un valore indipendente da tutto il resto.
Iniziamo a non confondere più ciò che è diverso con ciò che è sbagliato. All’inizio confronti tutto con casa, con i tuoi standard, con il modo in cui pensi che “dovrebbero” funzionare le cose, mentre dopo migliaia di chilometri capisci che quella misura non basta più. Alcune situazioni restano oggettivamente scomode, alcune strade restano assurde e alcuni bagni restano da denuncia all’asl , ma impari anche a vedere quello che prima avresti scartato troppo in fretta. A volte, dietro una stanza indecente, trovi una forma di rispetto che vale più di una hall impeccabile .
La mattina dopo abbiamo aperto la porta e il mondo aveva cambiato sceneggiatura . Il cielo era blu, netto, quasi sfacciato, e le montagne che il giorno prima erano scomparse dentro la nebbia erano lì, enormi e luminose. Abbiamo fatto colazione in quota e poi siamo risaliti sulla D915, questa volta in direzione Bayburt, con il sole pieno e con la sensazione che qualcuno avesse sostituito durante la notte l’intero paesaggio.
La strada era la stessa, ma non aveva più niente di quella del giorno precedente e tutto ciò che sotto la pioggia sembrava chiuso, scuro e quasi minaccioso era diventato aperto, nitido, vastissimo. I tornanti, le vallate, le pareti della montagna e le profondità che non avevamo potuto vedere solo poche ore prima , erano improvvisamente lì e in quel momento ho realizzato di quanto questo viaggio ci sia servito per distruggere la presunzione di aver capito un posto dopo averlo visto una volta. Noi archiviamo i luoghi in fretta, gli mettiamo un’etichetta e li trasformiamo in un ricordo ordinato, mentre loro continuano a esistere in cento versioni diverse che non vedremo mai tutte.
Vale anche per noi, probabilmente. Nel 2024 eravamo passati di lì con un altro bagaglio mentale, con altre paure e altri riferimenti; adesso tornavamo sulla stessa strada dopo migliaia di chilometri in più e con una soglia completamente diversa di ciò che consideriamo difficile, strano o lontano. Il paesaggio era cambiato con il meteo, ma noi eravamo cambiati con la strada.
Dalla D915 siamo entrati poi in una successione infinita di colli, restando per ore sopra i 1.800 metri e con la sensazione che la pianura fosse ormai un concetto teorico. Salivi, scendevi appena, risalivi di nuovo e ogni valico sembrava solo l’anticamera del successivo, fino a quando la luce ha iniziato a farsi più bassa e il paesaggio più duro.
Il Dark Canyon è arrivato nel momento perfetto, con il sole già basso e quella luce radente che illumina soltanto alcune parti della roccia lasciando il resto quasi nero. L’Eufrate scorreva sotto di noi e la strada entrava e usciva dalle gallerie, alternando buio e lampi improvvisi di luce dorata. È stato uno di quei momenti in cui non senti il bisogno di raccontare quello che stai vedendo, perché per qualche minuto la cosa più intelligente da fare è stare zitto e lasciarti attraversare da tutta quella bellezza
Siamo arrivati a Divriği col buio, stanchi morti e affamati come animali. In hotel ci hanno accolti con curiosità e cordialità, facendoci domande sulle moto, su dove fossimo stati e su dove fossimo diretti, mentre noi avevamo ridotto il concetto di felicità a qualcosa di caldo dentro una ciotola. La zuppa di lenticchie che è arrivata poco dopo è diventata immediatamente la migliore dell’intero viaggio e, anche se sospetto che dopo quella giornata avremmo attribuito la stessa dignità gastronomica a un dado sciolto nell’acqua, nessuno ha sentito il bisogno di fare verifiche. Poi sono arrivate alcune ragazzine che continuavano a guardare la moto di Mauri e a confabulare tra loro finché una ha trovato il coraggio di chiedere se potevano firmarla. Ormai succede una cosa che all’inizio non avevamo previsto: non siamo più noi a invitare le persone a lasciare un nome sul serbatoio, sono loro a chiederlo. La moto sta diventando lentamente irriconoscibile rispetto a quella partita da casa e, proprio per questo, molto più nostra di prima. Ci sono nomi scritti male, firme storte, scarabocchi, pennarelli di colori diversi e segni che nessuno capirebbe se non sapesse chi li ha fatti… E ci emoziona proprio questo, perché quella moto sta facendo la stessa cosa che sta facendo il viaggio con noi: toglie un po’ di perfezione e aggiunge memoria.
Quando siamo rientrati in camera siamo crollati senza quasi parlare, completamente svuotati ma con quella sensazione piena che non ha nulla a che fare con l’euforia. In due giorni avevamo avuto nebbia, fango, vertigini, una bettola ritrovata dopo due anni, due siciliani comparsi per caso, benzina finita e poi regalata, venti spugne profumate, la ricerca di ciabatte criminali, muffa, tè impeccabile, la stessa strada vista prima come una minaccia e poi come una meraviglia, l’Eufrate al tramonto e ragazzine che volevano lasciare il proprio nome su una moto arrivata dall’Italia.
Se provo a capire perché giornate come questa ti rimangano così tanto, credo che la risposta sia proprio nel loro disordine. Non c’è stato un solo momento perfetto e non c’è stata una sequenza che avremmo potuto organizzare meglio ma tutto quello che rende il viaggio diverso da una vacanza ben riuscita e cioè la continua possibilità che qualcosa vada storto, che qualcuno compaia, che il meteo cambi, che una strada si trasformi e che alla fine tu debba correggere ancora una volta l’idea con cui eri partito. Probabilmente è questo che ci piace tanto, anche se a volte, mentre succede, fingiamo di non saperlo.