LA D915 PUÒ ASPETTARE.. BENVENUTI AD ANI.
Lasciamo Tbilisi sotto il diluvio universale, quello che dopo dieci minuti rende del tutto inutile qualsiasi tentativo di rimanere asciutti e trasforma tre motociclisti teoricamente avventurosi in tre piccoli omini Michelin giallo fosforescente, infagottati nelle antipioggia e con l’eleganza di chi sta per andare a dirigere il traffico sulla tangenziale.
L’acqua ci accompagna senza mollare fino a un border sperduto tra Georgia e Turchia, uno di quei confini dove arrivi e ti chiedi per qualche secondo se sia davvero aperto, perché non c’è nessuno. Nessuno tranne noi, naturalmente, che per raggiungerlo abbiamo appena percorso una strada devastata, piena di buche, crateri e fango, assolutamente all’altezza delle peggiori strade kirghize.
Per qualche chilometro ci prende addirittura un po’ di nostalgia del Kirghizistan, il che dimostra che dopo abbastanza tempo in viaggio il cervello comincia evidentemente a dare segni di cedimento, perché ricordare con affetto certe buche significa aver rimosso completamente le bestemmie pronunciate mentre ci finivi dentro.
Superiamo il confine e ripartiamo ancora bardati come tre evidenziatori Stabilo, convinti ormai che la giornata sarà dedicata all’acqua, al freddo e alla contemplazione dell’asfalto attraverso la visiera appannata, quando dopo pochi chilometri la Turchia decide improvvisamente di cambiare tutto.
La pioggia si allontana e davanti a noi compare una strada talmente bella da sembrare costruita apposta per uno spot motociclistico, con l’asfalto che corre tra montagne verdi e spazi enormi fino a raggiungere il lago Çıldır, che poi ci accompagna per chilometri e chilometri. Non c’è praticamente nessuno, solo noi, le moto e un paesaggio talmente perfetto che per un attimo potremmo essere in Norvegia o nelle Highlands scozzesi, se non fosse per il fatto che poche ore prima stavamo attraversando un confine turco-georgiano vestiti da netturbini ad alta visibilità.
Dopo settimane di steppe, polvere, deserti e temperature capaci di cuocere un uovo direttamente sul casco, ritrovarci improvvisamente circondati da acqua, montagne e prati verdissimi sembra quasi surreale, e ancora una volta la Turchia riesce a fare quello che le riesce meglio ossia cambiare completamente faccia proprio quando pensi di aver capito come è fatta.
Arriviamo a Kars, a circa 1.700 metri di quota, e ritroviamo quel caos turco che ormai ci è diventato stranamente familiare, con macchine che si infilano ovunque, clacson utilizzati più come forma di linguaggio che come segnalazione acustica, gente per strada, negozi e il castello che domina la città dall’alto. La vera notizia, però, è che fa fresco, e dopo settimane trascorse a scioglierci dentro le giacche da moto scopriamo con autentica commozione che esiste ancora la possibilità di avere freddo.
La sera troviamo un ottimo ristorante e ricomincia quello che ormai è diventato uno dei rituali ufficiali del viaggio: il çay turco. Arriva il primo bicchierino a tulipano, poi il secondo e inevitabilmente il terzo, perché in Turchia il çay non è una bevanda ma una specie di unità di misura del tempo: aspetti qualcuno, çay; hai appena mangiato, çay; devi decidere qualcosa, çay; non hai assolutamente niente da fare, naturalmente çay.
So già che quando torneremo a casa mi mancherà da morire, perché ormai dentro quel bicchierino ci sono le soste ai distributori, le chiacchiere impossibili fatte con Google Translate, gli incontri lungo la strada e quella capacità tutta turca di farti sedere e offrirti qualcosa ancora prima di aver capito da quale parte del mondo sei arrivato.
Nel frattempo noi, naturalmente, facciamo programmi.
Il giorno successivo dovremmo raggiungere Uzungöl per prepararci ad affrontare finalmente la D915, una delle strade che conosciamo già e che aspettiamo con una certa impazienza. Apriamo però le previsioni e scopriamo che sul Mar Nero ci aspettano pioggia, temporali e nuvole basse, praticamente il pacchetto completo per trasformare una delle strade più spettacolari del viaggio in una giornata passata a fissare la ruota davanti attraverso la nebbia.
Per qualche minuto aggiorniamo compulsivamente tre applicazioni meteo diverse, nella speranza che almeno una abbia pietà di noi, ottenendo naturalmente tre previsioni leggermente diverse ma tutte accomunate dallo stesso concetto: l’acqua.
Decidiamo quindi di aspettare un giorno, scelta sorprendentemente adulta per tre persone che negli ultimi quaranta giorni hanno attraversato deserti a 45 gradi, cercato benzina in Russia e volontariamente infilato motociclette da viaggio cariche come muli su strade dove probabilmente anche le capre valutano attentamente se passare.
E così il maltempo ci regala Ani.
A una quarantina di chilometri da Kars, praticamente appoggiata al confine con l’Armenia, Ani appare in mezzo a un altopiano enorme e vuoto, con mura, chiese e rovine sparse nell’erba. Intorno all’anno Mille fu capitale del regno armeno dei Bagratidi e uno dei grandi crocevia commerciali tra Oriente e Occidente, tanto importante e ricca da essere conosciuta come la “città delle mille e una chiese”.
Oggi di quelle mille e una ne sono rimaste decisamente meno, ma quello che resta basta e avanza. Camminiamo tra la grande cattedrale, la moschea e le mura che attraversano l’altopiano, mentre poco più in là il canyon INCREDIBILE del fiume Akhurian segna il confine con l’Armenia. Guardando quel paesaggio è difficile immaginare che qui un tempo ci fossero strade, mercanti, botteghe, carovane e migliaia di persone, perché oggi a dominare tutto sono il vento, l’erba e un silenzio quasi irreale. E’ questo contrasto a rendere Ani così impressionante, perché non hai la sensazione di visitare semplicemente delle rovine, ma di camminare dentro lo spazio lasciato da qualcosa di enorme che non esiste più.
Naturalmente noi riusciamo a mantenere questa atmosfera mistica e contemplativa per un tempo limitato, prima di ricominciare a discutere di moto, meteo, benzina e di quante ore ci serviranno il giorno successivo per raggiungere Uzungöl, perché quarantanove anni di storia personale insegnano che si può riflettere sulla caducità delle civiltà ma , prima o poi, bisogna anche capire dove dormire.
Ani non era prevista, ed è forse proprio per questo che ce la siamo goduta così tanto.
Se il sole avesse brillato sul Mar Nero probabilmente saremmo già corsi verso Uzungöl inseguendo la D915, mentre una perturbazione ha spostato tutto di ventiquattr’ore e ci ha portati qui, davanti alle rovine di una città che per secoli è stata attraversata da viaggiatori diretti verso Oriente e Occidente.
Noi, modestamente, siamo riusciti ad arrivarci dopo aver attraversato mezzo continente, sotto un diluvio, passando da una strada con le buche kirghize e vestiti come tre evidenziatori…Forse non sarà il modo più elegante di percorrere la Via della Seta, ma ormai è decisamente il nostro.