TIBLISI.

Tbilisi ci ha fregati quasi subito, perché l’idea era di farci un giro tranquillo e invece, dieci ore dopo, stavamo ancora salendo e scendendo da una collina all’altra con la convinzione che dietro l’angolo successivo ci fosse qualcosa che meritava almeno altri venti minuti. In pratica una città visitata con lo stesso criterio con cui affrontiamo le tappe in moto: nessun vero senso della misura.

La parte vecchia è quella che ci è rimasta più addosso, forse perché non prova minimamente a sembrare perfetta. Ci sono palazzi con balconi di legno storti, intonaci che hanno smesso da tempo di collaborare e scale che sembrano reggersi per affetto, poi apri una porta e trovi una caffetteria bellissima e pulitissima, una sartoria, un wine bar contemporaneo o un cortile curato nei minimi dettagli. Dopo un po’ impari a non fidarti più delle facciate, e questa cosa mi è piaciuta parecchio perché Tbilisi ti ricorda continuamente quanto sia facile giudicare ciò che vedi da fuori e quanto spesso la parte interessante cominci proprio quando decidi di entrare.

La città, del resto, ha avuto parecchio tempo per complicarsi. La tradizione attribuisce la sua fondazione a Vakhtang Gorgasali nel V secolo e lega persino il nome alle sorgenti calde di Abanotubani, perché “tbili” significa caldo. Da allora Tbilisi è passata tra persiani, arabi, mongoli, ottomani e russi, è stata conquistata, incendiata e ricostruita più volte, quindi forse è comprensibile che oggi non abbia nessuna voglia di scegliere un’unica identità. Si è semplicemente tenuta quasi tutto.

Sotto la fortezza di Narikala questa stratificazione si vede benissimo, perché la città vecchia convive senza troppi complessi con locali ultramoderni, forni tradizionali dove il pane viene ancora cotto nel tone, botteghe minuscole e palazzi che sembrano aver assistito personalmente a buona parte delle invasioni appena citate. Il bello è che niente appare davvero fuori posto, nemmeno quando dovrebbe.

Poi c’è il Mtkvari, il corso d’acqua perennemente marrone che taglia la città in due e , dall’alto , le restituisce un ordine che dal basso sembra quasi impossibile. Da certi punti di vista Tbilisi mi ha ricordato una piccola Parigi, non per gli edifici ma per il modo in cui il fiume, i ponti e le luci tengono insieme quartieri completamente diversi. Sulla roccia , la chiesa di Metekhi guarda dall’alto le barche che passano sotto, spesso trasformate in improbabili crociere romantiche per coppiette, e mi divertiva parecchio quella convivenza tra una chiesa legata alle origini della città e due metri più sotto qualcuno che brinda al tramonto su una chiatta con le lucine e la musica techno sparata a palla.

Naturalmente, non contenti di aver già camminato per ore, abbiamo preso anche la funivia e poi la funicolare di Mtatsminda, perché evidentemente il concetto di riposo ci fa schifo. In cima c’è un parco divertimenti un po’ rétro e soprattutto una ruota panoramica gigantesca, piazzata sulla collina come se qualcuno avesse detto: “Qui si vede già tutta Tbilisi, ma possiamo sicuramente salire ancora un po’”. Da lassù, però, lo spettacolo è davvero impressionante e per la prima volta riesci a capire la città nel suo insieme, seguendo il fiume, riconoscendo Narikala e ritrovando dall’alto tutti quei quartieri che a piedi sembravano pezzi separati.

La strada che ridiscende verso il centro è costellata di ristoranti, terrazze e piccoli locali, e più scendi più Tbilisi torna a mescolare tutto: vecchio e nuovo, sacro e profano, eleganza e decadenza, case che cadono a pezzi accanto a boutique impeccabili. È una città che non sembra avere alcuna intenzione di sistemarsi per piacere a qualcuno ed è proprio questo che la rende così interessante.

Dopo quasi un mese passato ad adattarci a modi di vivere, strade, regole e abitudini lontanissime dalle nostre, Tbilisi ci ha fatto pensare che anche i luoghi, in fondo, possono sopravvivere senza diventare ordinati. Non ha cancellato le proprie contraddizioni, le ha semplicemente incorporate, e questa capacità di convivere con ciò che non combacia perfettamente mi è sembrata sorprendentemente familiare.

Alla fine della giornata avevamo le gambe distrutte, avevamo attraversato il fiume più volte, preso tutto ciò che saliva e scendeva disponibile in città e continuavamo comunque a trovare una buona ragione per non rientrare in albergo. Da parte nostra questo il complimento migliore che possiamo fare a Tbilisi: non ci è sembrata perfetta neanche per un minuto, ma è riuscita a non annoiarci nemmeno per un momento. Merita la stellina su Google Maps e la promessa di ritornarci.

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La strada del ritorno… Parte 2 ( da Aralsk a Vladikavkaz)