La strada del ritorno… Parte 2 ( da Aralsk a Vladikavkaz)
Da Aral a Vladikavkaz il viaggio ha cominciato a restituirci le stesse strade con un significato diverso, ed è stato il passaggio più interessante , perché nulla intorno a noi era realmente cambiato mentre era cambiato completamente il modo in cui lo guardavamo.
Più andavamo avanti e più mi rendevo conto che il ritorno non assomigliava affatto alla parte meno interessante di questa avventura , come avevo ingenuamente pensato prima di partire. Quando vai verso una meta hai lo sguardo costantemente proiettato in avanti e rischi persino di consumare i luoghi nell’impazienza di raggiungere quello successivo, mentre tornando ti accorgi di quanto avevi visto senza avere veramente il tempo di guardare.
Astrakhan ne è stata la dimostrazione più evidente: solo poche settimane fa era passata quasi in secondo piano, schiacciata dalla tensione per la benzina, dalla strada da fare e dalla testa già rivolta al Kazakistan, mentre questa volta siamo riusciti a lasciarla entrare e ci siamo accorti di una città molto più bella e interessante di quanto il primo passaggio ci avesse permesso di capire, con il Volga, le architetture, i quartieri diversi tra loro e quella particolare mescolanza di Europa e Asia che si percepisce senza bisogno di cercarla.
È stato anche ad Astrakhan che ci siamo resi conto di quanto, nel frattempo, fossimo diventati diversi noi. Dopo settimane in viaggio si sviluppa una capacità di adattamento che all’inizio non sai nemmeno di possedere, perché lentamente smetti di confrontare ogni cosa con il modo in cui “dovrebbe” essere secondo le tue abitudini e inizi semplicemente a capire come funziona lì dove ti trovi. Vale per un albergo quanto per il traffico, per un bagno quanto per una cena, per il modo in cui si guida quanto per quello in cui si aspetta il proprio turno o si entra in una stanza. All’inizio osservi le differenze e le giudichi quasi automaticamente con le categorie che hai portato da casa, mentre dopo migliaia di chilometri impari che il tuo modo di vivere non è il parametro universale con cui misurare tutto il resto.
Così siamo finiti a dormire in quello che, una manciata di giorni prima, avrei probabilmente definito senza esitazione un tugurio e che invece quella sera è diventato semplicemente il posto in cui avremmo dormito. Il letto non era esattamente quello che avrei scelto, il bagno richiedeva una certa elasticità mentale e l’insieme non aveva nulla a che vedere con le fotografie patinate degli alberghi da copertina, ma nessuno di noi aveva più l’energia né la necessità di trasformare quella situazione in un problema più grande di quello che era. Abbiamo guardato la stanza, controllato che le moto fossero sistemate e ci siamo adattati, come ormai ci adattiamo al fatto che in alcuni Paesi le corsie siano interpretazioni creative, le precedenze suggerimenti, i sorpassi esercizi di immaginazione e la distanza di sicurezza una teoria interessante ma poco praticata.
Questa capacità di adattarsi non significa accettare tutto né convincersi che ogni differenza sia necessariamente migliore, ma imparare a distinguere ciò che è semplicemente diverso da ciò che invece oltrepassa un limite. Ed è proprio il giorno successivo che quel limite lo abbiamo incontrato in maniera fin troppo chiara.
Stavamo procedendo lungo la strada di confine tra il daghestan e la cecenia , quando due agenti ci hanno fermati mostrandoci un video registrato poco prima e sostenendo che avessimo commesso un’infrazione gravissima. In un attimo, dopo essersi assicurati che avessimo tutte le telecamere e i telefoni spenti, si sono presi patente, passaporto e documenti delle moto, spiegandoci che la patente sarebbe stata sospesa, che avremmo dovuto subito salire in macchina con loro , seguirli in tribunale e che moto e bagagli sarebbero rimasti lì. In quel momento non conta quanto tu sia abituato agli imprevisti, quante frontiere abbia già attraversato o quanti problemi abbia risolto nelle settimane precedenti, perché vedere tutti i tuoi documenti nelle mani di qualcuno che rappresenta l’autorità, in un Paese straniero e con una lingua che non padroneggi, ti mette immediatamente in una posizione di vulnerabilità e di paura.
Ho subito intuito che quello non era un normale controllo ( anche grazie ai racconti fatti dai viaggiatori che avevamo incontrato in precedenza) e ho cercato di capire cosa potessimo fare per evitare tutto quel procedimento e immediatamente la conversazione ha cambiato direzione. Uno degli agenti ha simulato una telefonata al comandante e poi sono iniziate domande che avevano ben poco a che fare con il codice della strada: quanto valesse la moto, quanto valesse l’orologio, quanti soldi avessimo con noi. Alla fine la richiesta è diventata esplicita: mille dollari.
La paura a quel punto ha cominciato a lasciare spazio alla rabbia, perché quando capisci che non si sta più parlando di una presunta infrazione ma della tua disponibilità economica cambia completamente il modo in cui guardi la persona davanti a te. Ho risposto che mille dollari non li avrebbero avuti e che, se quella era la situazione in cui ci stavano costringendo, al massimo avrei dato quattrocento euro; uno dei due mi ha obbligata a salire in macchina, ha preso i soldi e infine ci hanno restituito i documenti ridendo, scherzando e facendo battute chiamandoci con i nomi dei calciatori italiani.
Sarebbe stato facilissimo andarsene, convincersi che in fondo avevamo recuperato passaporti e moto, mettere tutto nella categoria delle esperienze spiacevoli e proseguire. È probabilmente quello su cui contavano, perché quando sei lontano da casa il desiderio di non complicare ulteriormente una situazione diventa fortissimo. Io, però, uscendo dall’auto ho preso il numero di targa e pochi chilometri dopo, al posto di blocco successivo, ci siamo fermati da altri due agenti chiedendo apertamente se fosse normale che dei poliziotti pretendessero denaro in quel modo e dove potessimo presentare immediatamente una denuncia.
Non sapevamo che cosa avremmo provocato e, per qualche minuto, la scelta di non lasciar perdere mi è sembrata quasi più rischiosa della situazione precedente. Poi una volante ci ha raggiunti e, nel giro di 5 minuti , sono ricomparsi anche i due agenti che ci avevano fermati, questa volta completamente trasformati nell’atteggiamento. Ci hanno restituito i quattrocento euro e hanno iniziato a scusarsi ripetutamente, mentre io, ormai libera dalla paura che aveva accompagnato la prima parte dell’incontro, ho avuto modo di dirgli esattamente quello che pensavo mentre Gianni cercava di allontanarmi chiedendomi di lasciar perdere. Avevo le lacrime agli occhi dal nervoso e dalla sensazione di essere in un Paese dove eravamo entrati con rispetto, in punta di piedi, non infrangendo le regole, adeguandoci al loro modo di vivere e siamo stati derubati non da una persona qualunque ma da chi , in teoria, quelle regole avrebbe dovuto tutelarle e farle rispettare!!!
Quell’episodio mi è rimasto addosso più per il senso di impotenza iniziale che per i soldi, perché viaggiare insegna a adattarsi ma insegna anche, lentamente, a capire dove l’adattamento DEVE finire. Puoi abituarti a dormire in una stanza che non avresti mai scelto, a guidare in un traffico che a casa ti sembrerebbe insensato, a mangiare cose che non conosci, a non capire una parola della lingua e a riorganizzare completamente il tuo concetto di comodità, ma non devi trasformare la capacità di adattarti nella disponibilità a subire qualunque cosa. Forse una delle lezioni meno romantiche di questo viaggio è proprio questa: diventare flessibili non significa diventare arrendevoli.
Da quel momento la voglia di arrivare a Vladikavkaz si è fatta molto più forte. La Russia, che all’andata ci aveva mostrato anche un volto sorprendentemente generoso attraverso persone che ci avevano aiutati senza conoscerci e persino regalato benzina quando non riuscivamo a trovarla, negli ultimi giorni ci stava mettendo davanti a una quantità di difficoltà che avevano consumato molta della nostra pazienza. I problemi con il navigatore, le strade, i controlli, le complicazioni pratiche e l’episodio con i due agenti avevano fatto crescere il desiderio di arrivare finalmente al confine, senza però cancellare ciò che di bello avevamo vissuto qui, perché sarebbe troppo facile trasformare un Paese intero nell’immagine lasciata da due persone.
A Vladikavkaz abbiamo iniziato a organizzare seriamente l’uscita, controllando documenti, strada e tempi del confine con una sensazione che non era soltanto quella di chi vuole chiudere una tappa, ma quasi quella di chi sente il bisogno di cambiare aria. Davanti a noi c’è nuovamente la Georgia e, questa volta, il suo nome non rappresenta più soltanto un territorio da attraversare sulla strada verso la Russia, perché abbiamo deciso di concederci ciò che all’andata è stato lasciato ai margini: Tbilisi, il Passo di Abano, Kazbegi, la cattedrale di Gergeti e poi Ushguli, con il Caucaso che finalmente sarebbe tornato a occupare l’orizzonte dopo giorni di caldo, pianure e strade interminabili.
Pensare alla Georgia mi ha fatto capire ancora meglio cosa sta succedendo al viaggio di ritorno, perché all’andata eravamo passati da quei luoghi con Samarcanda davanti agli occhi e l’urgenza di continuare verso est, mentre ora possiamo permetterci di tornarci con una disponibilità diversa, quasi come se finalmente avessimo smesso di inseguire una direzione e potessimo ricominciare a osservare ciò che ci sta intorno. Non è nostalgia e non è nemmeno il desiderio di rallentare per paura che il viaggio finisca, ma la sensazione che dopo migliaia di chilometri lo sguardo abbia imparato a restare più a lungo sulle cose.
È questa la parte più sorprendente del ritorno, quando scopri che non esiste davvero una strada uguale a quella percorsa all’andata, perché nel frattempo sono cambiate le associazioni, le paure, le priorità e perfino la soglia di ciò che consideriamo normale. Un hotel che un mese fa sarebbe stato un disastro diventa una notte qualsiasi, una strada caotica smette di provocare nervosismo perché hai imparato a leggerne le regole non scritte, una città che avevi liquidato come semplice tappa si rivela bellissima e un abuso che avresti forse subito in silenzio diventa qualcosa contro cui senti di dover reagire.
La distanza percorsa non ci ha resi invulnerabili e non credo che il viaggio renda automaticamente migliori, più saggi o più profondi, perché sarebbe un modo troppo semplice di raccontarlo. Ha però spostato progressivamente i confini di ciò che conoscevamo, e ogni volta che quei confini si allargano diventa un po’ più difficile tornare a guardare il mondo soltanto attraverso le abitudini con cui sei partito.
Adesso davanti abbiamo il Caucaso e, per la prima volta da giorni, l’idea di ciò che ci aspetta pesa più di quello che vogliamo lasciarci alle spalle ed è questo a ricordarci che il ritorno non è ancora un finale, ma un’altra parte del viaggio, quella in cui non abbiamo più bisogno di dimostrare quanto lontani siamo riusciti ad arrivare e possiamo finalmente cominciare a capire che cosa, di tutta quella distanza, resterà davvero con noi.