La strada del ritorno.

Da Tashkent ad Aqtobe la strada ha cominciato ad avere un significato diverso, anche se all’apparenza non era cambiato assolutamente nulla. C’erano ancora il caldo, le moto cariche, i rettilinei che sembrano non finire mai e quelle distanze asiatiche che continuano a essere difficili da mettere a fuoco per chi è abituato alle dimensioni dell’Europa, ma per la prima volta da quando siamo partiti non stavamo più andando verso Samarcanda, verso qualcosa che avevamo immaginato e inseguito per settimane; avevamo girato le moto e, anche se casa era ancora lontanissima, la direzione era diventata quella del ritorno.

È una sensazione strana, perché non assomiglia affatto alla fine di una vacanza, quando prepari la valigia e sai che qualche ora dopo ritroverai tutto esattamente dove l’avevi lasciato. Qui ci sono ancora migliaia di chilometri davanti, altri Paesi, altre frontiere e abbastanza strada perché possa succedere praticamente qualsiasi cosa, eppure dentro di noi qualcosa è cambiato. All’andata ogni chilometro ci allontanava da ciò che conoscevamo e aveva il sapore dell’incognita, mentre adesso ogni chilometro ci riporta lentamente verso casa e, proprio per questo, sembra avere un peso maggiore. Forse perché inizi inevitabilmente a fare i conti con ciò che hai visto, con quello che ti è successo e soprattutto con la persona che tornerà indietro, che non è mai esattamente la stessa che era partita.

Siamo tornati ad Aral, e anche questo è stato diverso. All’andata era soprattutto un nome sulla nostra rotta, una sosta necessaria dopo una strada massacrante; questa volta abbiamo avuto il tempo di entrare nel paese e provare a capire che cosa significhi vivere in un luogo che porta ancora il nome di qualcosa che non c’è quasi più. Aral era una città affacciata sull’acqua, viveva di pesca e di tutto quello che ruotava attorno al lago, mentre oggi cammini dove un tempo arrivavano le barche e il lago è lontano, ritiratosi di decine di chilometri dopo che per anni l’acqua dei fiumi che lo alimentavano è stata deviata altrove.

Non servono troppe date o spiegazioni quando sei lì, perché il risultato è davanti agli occhi e ha qualcosa di profondamente inquietante: un paese che non si è spostato di un centimetro e il suo “mare” che invece se n’è andato. Mi ha fatto pensare a quanto siamo abituati a considerare il paesaggio qualcosa di permanente, come se un lago, una montagna o un fiume dovessero necessariamente sopravvivere alle nostre vite, mentre Aral dimostra esattamente il contrario e lo fa senza bisogno di essere spettacolare, semplicemente mostrando l’assenza di ciò che un tempo ne determinava l’esistenza.

Più a nord, la costruzione della diga Kok-Aral ha permesso di trattenere parte dell’acqua del Syr Darya e di salvare almeno il Piccolo Aral, facendo tornare il pesce e con esso una parte dell’attività che aveva sostenuto queste comunità per generazioni. È una piccola inversione di rotta dentro una storia enorme e molto più complicata, ma mi è piaciuto pensare che, dopo aver avuto la capacità di modificare un territorio fino quasi a distruggerlo, l’uomo abbia provato almeno in parte a rimettere le cose a posto. Non restituisce ciò che è stato perduto e non cancella quello che è successo, ma permette a qualcuno di tornare a gettare una rete nell’acqua, e forse questo basta a rendere la storia un po’ meno definitiva.

La mattina dopo siamo partiti presto, e questa volta non nella nostra ormai collaudata versione di “partenza intelligente” che prevede le sette sulla carta e le dieci nella realtà. La luce era ancora bassa quando abbiamo lasciato Aral e davanti a noi c’era nuovamente quella strada interminabile verso Aqtobe, la stessa che all’andata mi era sembrata ostile e che adesso riconoscevo. È sorprendente come basti aver percorso una strada una sola volta perché smetta di essere completamente estranea: riconosci un distributore, una curva, un tratto di asfalto particolarmente devastato e perfino certi punti nel mezzo del nulla, perché lì avevi riso, avevi avuto paura di rimanere senza benzina oppure ti eri semplicemente fermato a bere.

Ed è questo il cambiamento più grande del ritorno, perché all’andata attraversi i luoghi, mentre tornando attraversi anche i ricordi che hai lasciato dentro di loro. La prima volta il Kazakistan era un’enorme distesa sconosciuta da conquistare chilometro dopo chilometro; adesso quella stessa steppa contiene persone che abbiamo conosciuto, un melone ricevuto da uno sconosciuto, la moto di Mauri piantata nella melma, camionisti che ci hanno salutato, distributori che avevamo cercato con l’ansia di chi vede scendere l’ultima tacca del serbatoio e una quantità di piccoli episodi che hanno trasformato uno spazio immenso in qualcosa che ormai ci appartiene almeno un po’.

Verso l’ora di pranzo siamo entrati in un ristorante trovato completamente per caso ad Aqtobe, senza sapere nulla del posto e con l’unica intenzione di mangiare qualcosa e poi andare in hotel. È bastato che capissero da dove arrivavamo e che eravamo lì con le nostre moto perché il rapporto cambiasse immediatamente: hanno iniziato a farci domande, a guardarci con quella curiosità che ormai abbiamo imparato a riconoscere e, alla fine del pranzo, semplicemente non hanno voluto che pagassimo.

Questa cosa ci ha colpiti e commossi in un modo che faccio fatica a spiegare, perché non era il valore economico del pranzo ad avere importanza e neppure il gesto in sé, ma il motivo per cui lo avevano fatto. Eravamo arrivati da lontano ed eravamo entrati dalla loro porta, e per loro questo era sufficiente per considerarci ospiti. Non ci conoscevano, probabilmente non ci avrebbero mai più rivisti e non avevano niente da guadagnare dalla nostra presenza, eppure il piacere di averci lì era diventato più importante del conto.

Dopo settimane di viaggio ci accorgiamo che sono proprio questi episodi a mettere in crisi molte delle nostre certezze. Siamo partiti preparandoci alle difficoltà, alle frontiere, alle strade brutte, alla benzina che poteva mancare e a tutto ciò da cui normalmente ci si sente in dovere di proteggersi quando si va così lontano, mentre nessuno ci aveva preparati alla quantità di gentilezza che avremmo ricevuto. Abbiamo incontrato persone che possedevano molto meno di noi e che non hanno esitato a condividere ciò che avevano, e ogni volta ci siamo chiesti se noi, a casa nostra, saremmo stati altrettanto capaci di riconoscere in tre perfetti sconosciuti non dei clienti, dei turisti o semplicemente qualcuno di passaggio, ma degli ospiti.

Nel tardo pomeriggio abbiamo poi incontrato Claudia e Alberto , che hanno appena iniziato il loro viaggio con le nostre stesse prospettive e con cui fino ad ora avevamo chiacchierato soltanto via chat, e la giornata è finita intorno a una tavola, raccontandoci i rispettivi viaggi come succede quando incontri qualcuno che conosce perfettamente la strana miscela di stanchezza ed entusiasmo che ti porti addosso dopo migliaia di chilometri. Ci siamo ritrovati a parlare di strade, persone, frontiere, imprevisti e di tutte quelle cose che diventano improvvisamente importantissime quando sei lontano e che, raccontate da casa, sembrerebbero probabilmente dettagli insignificanti; invece lì, davanti a una cena condivisa in una città kazaka a migliaia di chilometri dall’Italia, avevano perfettamente senso.

Credo che sia proprio adesso che stiamo iniziando a capire quanto il ritorno faccia parte del viaggio esattamente come l’andata. Quando vai verso qualcosa sei troppo occupato a desiderare ciò che ancora non hai visto, mentre tornando hai finalmente il tempo di accorgerti di quello che ti è rimasto addosso. Non significa necessariamente essere diventati persone migliori e non credo nemmeno che ogni viaggio debba per forza insegnare qualcosa; semplicemente, dopo così tanti chilometri, alcuni pensieri hanno cambiato posizione e alcune cose che prima sembravano importanti hanno perso volume, mentre gesti minuscoli, come qualcuno che decide di offrirti il pranzo soltanto perché sei arrivato da lontano, finiscono per occupare uno spazio enorme.

Abbiamo ancora tantissima strada prima di casa e non ho nessuna voglia di iniziare a tirare le somme, ma mentre percorriamo al contrario questa enorme linea attraverso il Kazakistan mi accorgo che non stiamo davvero tornando sulla stessa strada, perché la prima volta non conoscevamo niente di ciò che avevamo davanti, mentre adesso ogni tanto riconosciamo un posto e insieme a lui ricompare qualcosa che abbiamo vissuto. Cosi’ il viaggio di ritorno trova qui il suo inizio , non quando giri la moto verso ovest, ma quando capisci che i luoghi che stai attraversando per la seconda volta non sono più soltanto punti sulla cartina, perché nel frattempo ci hai lasciato dentro un pezzo della tua storia e, senza accorgertene, ti sei portato via un pezzo della loro.

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La strada del ritorno… Parte 2 ( da Aralsk a Vladikavkaz)

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KHIVA.