Dopo 12 giorni, la prima sosta: Turkistan , una tappa che profuma di oriente e spiritualità
Come vi avevo già raccontato nel precedente post, le tappe tra Atyrau, Aktobe e Aralsk sono state probabilmente le più impegnative di tutto il viaggio. Distributori lontanissimi uno dall’altro, buche profonde come crateri, canale create dal passaggio continuo e costante dí autoarticolati , camion costretti a invadere la corsia opposta per evitarle e la continua sensazione che qualsiasi imprevisto, lì, possa trasformarsi in un problema serio.
Eppure, proprio nel luogo che sembrava più ostile, abbiamo incontrato alcune delle persone più generose del nostro viaggio … e non riusciamo mai a smettere di stupirci come, in queste terre, l’ospitalità non sia un’eccezione ma un modo di vvivere
In questo viaggio ai confini con la realtà, una parentesi tutta per loro la meritano i motociclisti… che seppur in numero molto esiguo rappresentano quella piccola collettività con la quale si genera un senso di appartenenza immediato a prescindere da chi siano, dalla nazionalità o dall’etnia.
Tedeschi, francesi, polacchi, belga, kazaki … arrivano da ogni parte del mondo. Ci superavamo durante il giorno, ci ritrovavamo nelle stesse aree di sosta, ci rincorrevamo per centinaia di chilometri senza nemmeno conoscerci davvero. Bastava uno sguardo, un cenno del casco, un pollice alzato. Su quei rettilinei infiniti si crea una piccola comunità silenziosa dove tutti parlano la stessa lingua, quella della strada.
Ma il ricordo che porteremo con noi più a lungo è un altro.
In un’area di sosta abbiamo incontrato tre uomini tagiki. Tornavano finalmente a casa dopo mesi trascorsi in Russia a fare i braccianti per pochi soldi. Erano vestiti con abiti consumati, la loro automobile era così piena di bagagli dentro e fuori da sembrare sul punto di esplodere.
Stavano trasportando la loro vita nell’attesa di ricongiungersi con le loro famiglie
Nonostante avessero molto meno di noi, hanno trovato il modo di condividere quel poco che avevano. Ci hanno accolti con sorrisi sinceri, gesti semplici e una dignità che difficilmente dimenticheremo. Hanno preso il telefono mostrandoci le foto di casa loro e di tutta la bellezza che sta per aspettarci in quel meraviglioso Paese che è il Kirghizistan, in cui entreremo tra un paio di giorni .In quel momento abbiamo capito che la ricchezza non si misura da ciò che possiedi, ma da ciò che sei disposto a donare ed è stato uno degli incontri più intensi di tutto il viaggio.
Ora siamo a Turkistan.
Siamo arrivati ieri sera .
Per la prima volta abbiamo la sensazione di essere davvero sulla Via della Seta. Non è più soltanto una linea tracciata sulla cartina, ma un luogo che racconta secoli di incontri tra mercanti, pellegrini e popoli provenienti da ogni angolo dell’Asia.
Ci fermiamo qui per un giorno. Abbiamo bisogno di rallentare, fare il bucato, rimettere ordine nei bagagli e concederci qualche ora di riposo dopo migliaia di chilometri percorsi (a volte con un po di fatica) . Anche questo fa parte del viaggio: fermarsi per ripartire meglio.
Turkistan è considerata la capitale spirituale del Kazakistan. Per secoli è stata uno dei principali crocevia della Via della Seta, un punto d’incontro dove non viaggiavano soltanto merci, ma anche culture, religioni e conoscenze.
Il suo simbolo è il Mausoleo di Khoja Ahmed Yasawi, il grande maestro sufi del XII secolo, fatto costruire da Tamerlano alla fine del Trecento. Ancora oggi la sua immensa cupola turchese domina la città e ricorda l’importanza che questo luogo ha avuto nella storia dell’Asia Centrale.
Passeggiamo tra queste mura con una sensazione nuova. Dopo giorni di steppa, caldo e strade infinite, non stiamo più semplicemente attraversando dei Paesi: stiamo entrando nella storia. Samarcanda è ormai vicina e, per la prima volta, non è soltanto una destinazione. Comincia già a farsi sentire.