Kirghizistan, ovvero il posto che non sapevo di aspettare da una vita.
E fu così che il 25 luglio 2026 entrammo in terra kirghisa…anche abbastanza rapidamente direi. Pochi controlli, due timbri sul passaporto, una foto e via. Entrare in questo paese significa dire addio alla siccità , al caldo afoso, alle sterpaglie che ti rotolano in mezzo alle ruote della moto e abbracciare finalmente il frescolino, l’aria di montagna, quel desiderio meraviglioso di voler mettersi il golfino che’ ,di sera , si sente il pelo che si drizza sulle braccia… ma , prima, devi uscire da Bishkek.
Bishkek e’ un girone infernale. La gente non rispetta nulla, ne’ i semafori, le precedenze e tantomeno le velocità. Ti arrivano in sordina alle spalle e poi ti sverniciano peggio di Leclerc, senza fare la benché minima piega. Per loro quella è la normalità. Abituarsi a tutto ciò cercando di rimanere vivi e’ già impegnativo di per sé. Se in più ci metti 30 gradi alle 22.00 , 4 ore di fuso ( qui ogni stato ci sta fregando un ora di sonno!!) e la stanchezza dopo 700 chilometri .. cominci a prenderla in malo modo. In più Booking si è fumata la prenotazione alberghiera per cui , quando arrivi stanca morta, vuoi solo farti una doccia e infilarti a letto… ma il letto non c’è , rischi davvero di dare i numeri. Comunque alla fine l’abbiamo risolta e dopo un tentativo mal riuscito di farci bere del pane fermentato ( che qui pare sia la bevanda nazionale e se non te la tracanni tutta, si offendono) andiamo a dormire.
La nostra prima meta in Kirghizistan è Karakol, una cittadina tranquilla, punto di partenza per quasi tutti i trekking più famosi del Paese.Non è una città che colpisce a prima vista. È semplice e quasi anonima ma custodisce una piccola meraviglia: la Cattedrale della Santissima Trinità, costruita interamente in legno alla fine dell’Ottocento dai coloni russi, senza utilizzare un solo chiodo metallico nelle strutture principali. Purtroppo la troviamo chiusa…Pazienza. Ci resta il ricordo della proprietaria della nostra guest house. Una signora dolcissima, di quelle che ti fanno sentire ospite ancora prima che cliente.
Da Karakol partiamo alla scoperta di tre luoghi: Jeti-Ögüz, Barskoon Valley, Fairy Tale Canyon.
E, guarda caso, li abbiamo visitati esattamente in ordine crescente di bellezza.
Jeti-Ögüz significa “I Sette Tori”. La leggenda racconta che quelle sette enormi rocce rosse rappresentino sette tori pietrificati, mentre un’altra narra di un khan che uccise il suo rivale e, nel tentativo di conquistare la moglie, fece scorrere il suo sangue tra le montagne, colorando per sempre la roccia di quel rosso intenso…Vera o no, la storia conta poco perché quando arrivi al punto panoramico resti semplicemente senza parole: sette enormi pareti color ruggine si stagliano contro un cielo blu intenso e il verde brillante della valle. Sembrano dipinte e talmente perfette da sembrare finte..È uno di quei posti in cui smetti perfino di fare fotografie e ti limiti a guardare.
Poi arriva la Barskoon Valley.
Una delle vallate più spettacolari del Kirghizistan.
Da qui, per secoli, transitavano le carovane della Via della Seta dirette verso la Cina attraverso i passi del Tian Shan.Non a caso Tian Shan significa proprio “Monti Celesti” o “Monti del Paradiso”.
E quando li vedi davanti a te, capisci perché…Maestosi, Immensi e commoventi. Peccato soltanto che oggi quella valle sia stata disintegrata da un enorme cantiere. Stanno costruendo una nuova strada, il fiume è stato deviato, l’asfalto distrutto e i cavalli selvaggi che vivevano in branchi su queste montagne sono spariti. Ruspe, betoniere, camion e polvere trasformano un paradiso naturale in un percorso a ostacoli. In alcuni punti guidare diventa perfino pericoloso. Ma…se resistete, se continuate a salire e se ignorate la polvere, i lavori e i chilometri di strada devastata…arriverete sull’Arabel Plateau. Quattromila metri. Undici gradi e ghiacciai ancora perfettamente conservati, un lago color turchese incastonato tra montagne immense e un cielo così blu da sembrare irreale.
La cosa che continua a lasciarmi senza fiato, però, è un’altra .. siamo a poche decine di chilometri dalla Cina!!! Ci siamo arrivati con le nostre moto partendo da casa in appena due settimane con tutte le paturnie, le paranoie e i dubbi che ci portavamo dietro….E adesso siamo praticamente alle porte dell’Asia più profonda!! È una sensazione difficile da spiegare…Fa sentire piccoli ma incredibilmente vivi. E ti spinge a continuare , perché quando superi quella linea sottile dove il timore dell’ignoto è ancora presente… non vorresti più fermarti.
E poi…arriva il Fairy Tale Canyon. Qui ho finito davvero gli aggettivi : le rocce sembrano castelli…Draghi…Fortezze…Onde pietrificate.
L’erosione del vento e dell’acqua, durata milioni di anni, ha scolpito questo luogo trasformandolo in un paesaggio quasi marziano. Se qualcuno mi dicesse che siamo nello Utah o in Arizona gli crederei…Con la differenza che qui incontri pochissime persone! Arrivarci al tramonto è un privilegio : le rocce si accendono di rosso, arancione e oro ed è uno di quei momenti in cui il silenzio vale più di qualsiasi parola.
Ma sapete qual è il ricordo che ci porteremo dentro più di tutti?
Non le montagne o i canyon… ma ancora una volta, l’ennesima, saranno le persone.
Lungo la strada abbiamo incontrato tantissimi bambini seduti ai bordi della carreggiata con cassette di albicocche appena raccolte.Le più dolci che abbia mai mangiato in vita mia. Piccole, profumate e cosi mature che sembravano miele. Ci fermiamo e ne compriamo un sacchetto.
Un signore anziano, elegantissimo nella sua semplicità, si avvicina sorridendoci con una timidezza quasi commovente. Ci guarda e cerca di regalarcele…Non vendercele ma regalarcele. Perché per lui l’ospite è un dono e il dono va ricambiato. Abbiamo insistito per pagarle ma quasi si vergognava ad accettare. In quel momento ho pensato che l’educazione non ha nulla a che vedere con il denaro ma diventa un modo di guardare il mondo.
Mauri, nel frattempo, ha trovato un’altra missione: ha deciso che ogni bambino incontrato lungo la strada deve lasciare una firma sulla sua moto. Così il GS sta diventando una specie di diario di viaggio, un autografo dopo l’altro…Una risata dopo l’altra…Un ricordo dopo l’altro.
E poi c’è un’altra cosa che mi fa sorridere ogni giorno…I kirghizi non importa dove siano, al mercato, fuori casa, vicino a una macchina o in attesa di qualcuno: sono quasi tutti accovacciati sui talloni .. e ci stanno per delle ore come se fossero completamente sprovvisti di legamenti. Una posizione che per noi europei diventa dolorosa dopo venti secondi, loro ci fanno tranquillamente una conversazione intera.
Li guardavo e mi chiedevo se fosse una caratteristica genetica o se ci fosse un corso obbligatorio all’asilo ma credo sia semplicemente un altro modo di stare al mondo. Ed è proprio quello che il Kirghizistan mi sta insegnando: esistono infiniti modi di vivere ,di sorridere, di accogliere, di osservare il tempo che passa…E nessuno è più giusto dell’altro. Bisogna solo avere il coraggio di attraversarli, senza pensare che il nostro sia l’unico modo possibile.