Song-kul: il luogo che ci ha rimessi al nostro posto.
Credo che il Song-Kul sia , fin’ora, il posto più bello che abbia mai visto. E che sia uno di quelli che mi porterò dentro più a lungo.
Ci sono paesaggi che ti colpiscono perché sono spettacolari e, dopo qualche minuto, inizi quasi inconsapevolmente a cercare l’inquadratura migliore. Il Song-Kul, invece, ti disarma. Ti toglie la voglia di fotografare, di parlare, perfino di capire. Ti invita semplicemente a stare lì.
Si arriva a quattromila metri attraversando un altopiano che sembra non appartenere a questo secolo. Le yurte punteggiano l’erba senza alterare il paesaggio, i cavalli pascolano senza recinti e il lago occupa lo spazio con una naturalezza che dà l’impressione di essere sempre esistito e di non avere alcun bisogno di essere scoperto da qualcuno.
La cosa più sorprendente è che non c’è nulla di costruito per stupire. Nessun punto panoramico, nessuna passerella, nessuna insegna che ti dica dove fermarti. È un luogo che non cerca il consenso di chi lo attraversa. Rimane fedele a se stesso e sei tu, se ne sei capace, che devi trovare il modo di entrarci.
A un certo punto mi sono accorta di avere gli occhi pieni di lacrime. Non era il lago. Non erano le montagne. Era la sensazione di assistere a qualcosa che non aveva bisogno della presenza dell’uomo per essere completo. Noi eravamo soltanto di passaggio, ospiti silenziosi di un equilibrio che esiste da secoli e che continuerà a esistere quando le nostre tracce saranno scomparse.
Mentre iniziavamo la discesa verso Kara-Oi, continuavo a pensare che avrei potuto attraversare quel tratto di strada decine di volte senza stancarmi mai. Non perché ogni curva fosse più bella della precedente, ma perché ognuna sembrava raccontare una sfumatura diversa dello stesso paesaggio. Era come se la montagna ti accompagnasse lentamente verso valle, senza mai darti la sensazione di averti mostrato tutto. Come se quel paesaggio così geometricamente perfetto fosse stato messo lì per noi…Per farci rimanere a bocca aperta ancora una volta.
In quei momenti guardavo Mauri davanti a me e Gianni poco più avanti e pensavo a quanto fosse raro poter vivere una cosa del genere insieme. Ci sono emozioni che diventano più grandi quando vengono condivise. Non c’era bisogno di fermarsi per dirsi quanto fosse incredibile quel posto, bastava incrociare gli occhi durante una sosta per capire che stavamo vivendo tutti la stessa identica sensazione. Quando questo viaggio sarà finito, il Song-Kul non sarà soltanto un lago in Kirghizistan. Sarà uno dei luoghi in cui la nostra vita e il nostro modo di viaggiare avranno trovato una forma ancora più profonda.
Intorno a noi la giornata è continuata con una semplicità quasi spiazzante. I bambini correvano verso le moto solo per stringerci la mano e salutarci, poi scoppiavano a ridere come se quell’incontro fosse stato un piccolo regalo inaspettato. Nessuno chiedeva nulla. La curiosità era sufficiente.
I pastori accompagnavano greggi immense a bordo di motociclette sgangherate, consumate dal tempo e dalle piste, e riuscivano a muoversi su quei pendii con una naturalezza che faceva sembrare complicate le nostre certezze. Più in basso, lungo i torrenti, le donne erano chine sull’acqua a lavare i panni. Molte di loro trascorrono l’estate nelle yurte, senza elettricità e senza acqua corrente, seguendo gli animali da un pascolo all’altro come hanno sempre fatto le famiglie nomadi di queste montagne.
Osservare tutto questo non mi ha fatto pensare a una vita più dura della nostra.
Mi ha fatto riflettere su quanto siamo diventati dipendenti da cose che consideriamo indispensabili e su quanto, invece, qui sembri indispensabile solo ciò che serve davvero.
Per me è questo che rende il Song-Kul diverso da qualsiasi altro posto abbia visto finora. Non ti lascia con la sensazione di aver visitato un luogo straordinario, ma di nuovo con il dubbio che il nostro modo di abitare il mondo non sia l’unico e il più giusto possibile. Ti obbliga a rimettere in discussione il significato di parole come comfort, ricchezza, tempo e libertà, senza farlo attraverso grandi discorsi, ma semplicemente mostrandoti una realtà che continua a esistere seguendo un ritmo completamente diverso dal nostro.
Quando siamo ripartiti, il lago è rimasto alle nostre spalle, ma ho avuto la sensazione che il viaggio avesse appena cambiato passo. Fino a quel momento stavamo attraversando Paesi.. ma DA quel momento in poi ho iniziato a capire che alcuni luoghi non si attraversano affatto. Sono loro che, con una discrezione quasi disarmante, attraversano te.