Giorno 19… Le strade che portano a Samarcanda.
Samarcanda.
Per giorni quel nome è rimasto confinato in un angolo del navigatore, insieme al conto alla rovescia dei chilometri che mancavano. Ogni mattina sembrava un po’ più vicina, ma aveva sempre la capacità di rimanere abbastanza lontana da costringerci a ripartire ancora. È una città che esiste nell’immaginario di chiunque abbia anche solo sentito nominare la Via della Seta e, forse proprio per questo, avevo quasi paura di arrivarci. Le mete immaginate per troppo tempo hanno il brutto vizio di non essere quasi mai all’altezza di quello che ci costruiamo nella testa.
Prima, però, c’è stato tutto il resto.
Da Kokand fino a qui il caldo ha smesso di essere una condizione climatica ed è diventato un compagno di viaggio. Quaranta gradi costanti, giorno dopo giorno, con l’aria che invece di rinfrescarti sembrava uscire da un enorme phon puntato in faccia . Le soste si riducevano all’essenziale: acqua, un’occhiata veloce alle moto, due battute per prenderci in giro e poi di nuovo in marcia, perché sotto quel sole fermarsi troppo significava soltanto cuocere lentamente.
A Margilan, invece, il tempo ha improvvisamente rallentato. Entrare nella fabbrica della seta di Yodgorlik significa assistere a un gesto che si ripete identico da secoli, mentre fuori il mondo continua a cambiare velocità. Guardi quei telai, senti il rumore del legno che accompagna ogni passaggio della navetta e ti rendi conto che, molto prima di noi, da lì transitavano mercanti che percorrevano la stessa direzione, mossi dalla stessa curiosità che oggi ci ha portati fin qui. Cambiano i mezzi, cambiano le frontiere, cambia il modo di viaggiare, ma l’uomo continua ostinatamente ad andare verso ciò che non conosce.
L’ultimo tratto di Kirghizistan sembrava deciso a ricordarci che la strada non ha alcun interesse a rispettare i programmi di chi la percorre. Quattrocentocinquanta chilometri sono diventati piu’ di dieci ore di guida, trecento dei quali su uno sterrato infinito dove la polvere riusciva a infilarsi dappertutto, perfino dove non dovrebbe esserci polvere…😅 . Ogni volta che intravedevamo un pezzo di asfalto ci convincevamo che il peggio fosse passato, salvo ritrovarci pochi minuti dopo dentro un’altra deviazione, un altro cantiere, un’altra pista improvvisata. È una di quelle giornate che, mentre la vivi, ti chiedi chi te l’abbia fatto fare e che, il giorno dopo, sai già che non cambieresti con niente.
Anche perché sarebbe ingiusto ricordare soltanto la fatica. Scendendo da quella strada devastata continuavano ad aprirsi vallate che sembravano non finire mai, montagne che cambiavano colore a seconda della luce e una successione di panorami che riuscivano a mettere in secondo piano perfino la polvere che avevamo mangiato per ore. È curioso come la memoria faccia sempre una selezione tutta sua: oggi ricordo perfettamente quelle montagne e faccio fatica a ricordare il fastidio della strada che ci ha portati fin lì.
Nel frattempo Mauri porta avanti il suo modo personale di collezionare ricordi. Ovunque ci fermiamo e arrivano bambini, lui gli mette un pennarello in mano e , invece di conservare la moto immacolata come farebbe chiunque altro, la trasforma in una lavagna. Ogni firma rimane lì, sopra il serbatoio , senza alcun ordine, una accanto all’altra. Non hanno valore per chi le guarda, ma noi sappiamo perfettamente che dietro ciascuna c’è un volto, una stretta di mano, una risata, un pezzo di strada.
Le persone continuano a sorprenderci con una naturalezza che ormai abbiamo smesso di trovare eccezionale. Un ragazzino ci vede fermi a boccheggiare sotto un albero e corre da noi solo per consegnarci una bottiglia di pane fermentato appena fatto; un altro apre il bagagliaio della macchina e ci offre gli unici cetrioli che ha, appena raccolti dal suo campo. Ogni volta resto colpita dalla semplicità del gesto. Nessuno di loro possiede molto e proprio per questo quello che decide di condividere acquista un valore enorme. Da noi l’ospitalità passa spesso attraverso l’abbondanza; qui passa attraverso quello che c’è, e basta.
Poi, quasi senza accorgercene, compare Samarcanda.
Ed è lì che ho capito che questa città non sarebbe stata la stessa se ci fossimo arrivati in aereo. Non perché la moto renda tutto più autentico, ma perché arrivarci lentamente ti costringe a dare un peso diverso alle distanze. Ogni cupola, ogni mosaico, ogni mattone sembra aver aspettato che noi attraversassimo montagne, steppe, polvere, caldo, frontiere e incontri per poter essere guardato con gli occhi giusti.
Samarcanda non mi ha dato la sensazione di aver raggiunto una meta , ma quella che tutti i chilometri percorsi fino a questo momento avessero finalmente trovato un contesto…Come se lei non fosse il punto d’arrivo del nostro viaggio , ma il luogo in cui tutte le storie raccolte lungo il cammino avessero deciso di incontrarsi.
Oggi ci fermiamo qui, per poterla finalmente abbracciare, conoscere e assaporare con calma… come una vecchia amica che hai aspettato per tanto tempo.