SAMARCANDA.

Da quando siamo partiti Samarcanda era il nome che tornava fuori ogni sera, quando contemplavamo l’oracolo di Google Maps per capire quanta strada avremmo dovuto percorrere il giorno successivo, e ogni mattina ricompariva sul navigatore insieme ai chilometri che mancavano. Più ci avvicinavamo e più cercavo di non immaginarla troppo, perché ci sono luoghi che vivono nell’immaginario di chiunque ami viaggiare e il rischio è sempre quello di costruirsi un’aspettativa così grande da lasciare poco spazio alla realtà.

La realtà, invece, è stata molto più sorprendente.

Samarcanda non cerca di conquistarti con un colpo di teatro. Ti accoglie lentamente, senza ostentazione, quasi costringendoti a prenderne il ritmo prima ancora di mostrarne la grandezza. Ci siamo arrivati dopo aver attraversato nove Paesi, percorso novemila chilometri, superato frontiere complicate, montagne, deserti, steppe e strade che sembravano voler provare a convincerci a tornare indietro. Forse è stato proprio questo ad aver cambiato il mio modo di guardarla, perché quando un luogo lo raggiungi lentamente finisci inevitabilmente per attribuirgli un valore diverso.

Camminando nel Registan continuavo a pensare che quella piazza non fosse stata costruita per essere ammirata dai turisti, ma per raccontare al mondo quale fosse l’idea di civiltà che Samarcanda voleva rappresentare. Quelle madrase non erano semplicemente edifici monumentali ma luoghi in cui si insegnavano astronomia, matematica, medicina, filosofia e teologia in un periodo in cui gran parte del mondo conosceva realtà molto diverse. Ogni mosaico, ogni portale, ogni proporzione raccontano un’ambizione che oggi sembra quasi irraggiungibile: costruire qualcosa che fosse abbastanza bello da sopravvivere ai propri costruttori e abbastanza intelligente da continuare a parlare anche secoli dopo.

Mi sono seduta al centro della piazza senza fare fotografie per qualche minuto, osservando le persone che arrivavano da ogni parte del mondo. C’erano famiglie uzbeke, motociclisti, gruppi di studenti, viaggiatori giapponesi, europei, coreani, tutti riuniti nello stesso luogo per motivi diversi. A un certo punto mi sono resa conto che il Registan continua a fare esattamente ciò che faceva secoli fa: mettere insieme persone provenienti da mondi lontanissimi. Cambiano i mezzi di trasporto, cambiano le lingue, cambiano gli abiti, ma questa città continua ad avere la straordinaria capacità di essere un punto d’incontro.

Lasciando la piazza abbiamo raggiunto il Gur-e-Amir, il mausoleo di Tamerlano, e credo che nessun altro luogo racconti così bene la complessità di quest’uomo. Fu uno dei più grandi conquistatori della storia, capace di costruire un impero che si estendeva dall’Anatolia fino ai confini dell’India, lasciandosi alle spalle città rase al suolo e una fama tanto terribile da incutere timore ben oltre i territori che aveva conquistato. Eppure fu proprio lui a scegliere Samarcanda come capitale del suo impero, trasformandola nel centro artistico e culturale dell’Asia Centrale. Ogni volta che espugnava una città non riportava con sé soltanto oro e ricchezze, ma architetti, mosaicisti, ceramisti, calligrafi, astronomi e artigiani, convinto che il prestigio di un impero si misurasse anche attraverso la bellezza che era capace di costruire.

Entrando nel mausoleo si resta quasi spiazzati. La tomba è sormontata da un enorme blocco di giada verde scuro, mentre sopra di essa si innalza una cupola perfetta che sembra assorbire la luce invece di rifletterla. Tutto trasmette una solennità che non ha nulla di ostentato e viene spontaneo pensare all’ironia della storia: l’uomo che ha conquistato mezzo continente oggi viene ricordato soprattutto per la città che ha deciso di rendere immortale. I suoi eserciti sono scomparsi da secoli, il suo impero appartiene ormai ai libri, mentre Samarcanda continua a vivere e ad attirare persone da ogni parte del mondo. Forse, senza volerlo, la sua vittoria più grande non è stata quella ottenuta sul campo di battaglia, ma quella che ancora oggi possiamo ammirare passeggiando tra queste strade.

La necropoli di Shah-i-Zinda mi ha lasciato una sensazione ancora diversa. Lì la luce sembra diventare parte dell’architettura, perché gli azzurri delle maioliche cambiano continuamente intensità e accompagnano il cammino in un susseguirsi di riflessi che rendono difficile distinguere dove finisca la pietra e dove inizi il cielo. È uno di quei luoghi in cui si abbassa naturalmente la voce, non perché qualcuno lo imponga, ma perché l’ambiente stesso suggerisce un rispetto che nasce spontaneamente.

Fuori dai monumenti, però, Samarcanda torna immediatamente a essere una città viva. Il mercato è il suo cuore pulsante e racconta molto più della quotidianità di quanto possano fare i grandi edifici. Le montagne di spezie colorano i banchi con sfumature che vanno dall’ocra intenso del cumino al rosso del peperoncino, il profumo del coriandolo si mescola a quello del pane appena sfornato nei forni d’argilla, i meloni vengono impilati come fossero opere d’arte e i venditori ti invitano ad assaggiare frutta secca, tè o dolci con la stessa naturalezza con cui, nei giorni precedenti, qualcuno ci aveva offerto un cetriolo appena raccolto lungo una strada sperduta dell’Uzbekistan. Anche il cibo sembra conservare qualcosa dell’antica Via della Seta: il plov, i samsa cotti nel forno di terracotta, gli spiedini di carne, il tè servito lentamente raccontano una cucina che nasce dall’incontro di popoli e tradizioni diverse, proprio come è accaduto a questa città.

Ed è stato proprio passeggiando senza una meta precisa tra quelle vie che ho capito quale fosse la vera emozione dell’arrivo. Se fossimo saliti su un aereo da Torino e fossimo atterrati qui poche ore dopo, avremmo visto gli stessi monumenti, gli stessi mosaici e gli stessi mercati, ma non li avremmo osservati con gli stessi occhi. Arrivare a Samarcanda attraversando lentamente i Balcani, la Turchia, la Georgia, la Russia, il Kazakistan e il Kirghizistan significa portarsi dentro tutte le persone incontrate lungo la strada, i bambini che hanno firmato la moto di Mauri, il pane fermentato offerto senza chiedere nulla in cambio, i cocomeri , i cetrioli, la polvere mangiata per centinaia di chilometri e le montagne che sembravano non finire mai. Tutto questo entra inevitabilmente anche dentro la città e le dà un significato che va oltre la sua storia. E’ questo il motivo per cui, dopo oltre duemila anni, continuiamo ancora a partire pronunciando il suo nome. Non perché Samarcanda rappresenti la fine di un viaggio, ma perché continua a ricordarci che il mondo è sempre stato costruito dagli incontri molto più che dalle conquiste e che, in fondo, ogni strada percorsa serve soprattutto ad arrivare davanti a un luogo con uno sguardo che, quando siamo partiti, ancora non possedevamo.

Indietro
Indietro

BUKHARA.

Avanti
Avanti

Giorno 19… Le strade che portano a Samarcanda.