BUKHARA.
L’idea era quella di fare una partenza intelligente. Avevamo deciso che alle sette saremmo stati già in sella, così da lasciarci alle spalle i quaranta gradi di Samarcanda prima che il sole decidesse di trasformare anche quella giornata in una prova di resistenza. Naturalmente, essendo noi particolarmente portati per l’organizzazione, alle sette stavamo ancora decidendo chi dovesse andare a prendere il caffè e alle dieci uscivamo con tutta la calma del mondo dall’hotel, perfettamente consapevoli che il nostro piano strategico fosse durato esattamente il tempo della colazione ( nella mia testa sapevo che Enrico Mentana , se solo avesse saputo, ci avrebbe guardato con quell’aria di disapprovazione tipica di chi consiglia per tre mesi di alloggiare nel banco frigo del supermercato in questi orari!!)
La strada verso Bukhara è una lunga distesa di luce. A un certo punto smetti perfino di guardare il termometro perché sai già cosa dirà, impari a bere prima di avere sete e a convivere con quell’aria rovente che entra nel casco annebbiandoti la vista. Sono giornate in cui il paesaggio sembra ridursi all’essenziale e, proprio per questo, quando all’orizzonte iniziano ad apparire le prime mura della città hai la sensazione che qualcosa stia cambiando ancora prima di esserci arrivato.
Con Samarcanda è stato amore a prima vista. Bukhara, invece, ti conquista con un’eleganza completamente diversa e dopo pochi minuti ti accorgi che hai rallentato il passo senza nemmeno decidere di farlo. Le sue strade non sembrano costruite per portarti da un monumento all’altro; sembrano fatte per essere percorse senza una destinazione precisa, lasciandosi guidare dall’istinto, da una porta socchiusa, da un cortile che intravedi, dal profumo di pane appena sfornato che improvvisamente ti fa cambiare direzione.
Forse è questo il motivo per cui Bukhara continua a conservare un fascino così particolare. Per oltre duemila anni è stata uno dei grandi crocevia della Via della Seta, ma la sua ricchezza non è mai dipesa soltanto dal commercio. Qui arrivavano uomini che cercavano libri, maestri, idee, discussioni, e la città è cresciuta diventando uno dei più importanti centri culturali del mondo islamico, dove le madrase, le biblioteche e i caravanserragli facevano parte della stessa storia. Ancora oggi questa eredità non la trovi soltanto nei monumenti; la ritrovi soprattutto nell’atmosfera, in quella sensazione difficile da spiegare che ti fa percepire la città come un luogo che ha sempre avuto il tempo dalla propria parte e che, proprio per questo, non sente alcun bisogno di rincorrerlo.
Ci siamo seduti sulla terrazza di un piccolo ristorante affacciato sul Kalon Minaret mentre il sole iniziava lentamente a scendere e il colore della pietra cambiava quasi impercettibilmente. Sono arrivati dei samsa , ancora caldi, con quella sfoglia sottilissima che si rompe appena la tocchi e un ripieno delicato che profuma di spezie senza coprire il sapore della zucca, e in quel momento mi sono resa conto che il ricordo di una città non nasce quasi mai dai grandi monumenti, ma da dettagli apparentemente insignificanti come una cena, una luce particolare o una conversazione ascoltata per caso al tavolo accanto.
Da lì abbiamo iniziato a perderci nei vicoli e credo che sia il modo migliore per conoscere Bukhara, perché ogni strada sembra custodire un mestiere che altrove è quasi scomparso. Dietro una porta trovi un anziano che lavora il rame con la stessa precisione di quarant’anni fa, poco più avanti un ragazzo osserva suo padre dipingere piatti di ceramica seguendo gesti imparati dal nonno, mentre nella bottega accanto una donna ricama tessuti dai colori intensi senza avere alcuna fretta di finire il lavoro. Guardandoli ho pensato che esistono ancora luoghi in cui il valore di un oggetto non dipende dal tempo necessario a produrlo, ma da quello che qualcuno ha deciso di dedicargli.
Le boutique sono piene di kaftani dai colori profondi, sete leggere, tappeti, gioielli e piccoli oggetti che finiscono inevitabilmente per attirare lo sguardo. La contrattazione diventa quasi una forma di dialogo e ci siamo ritrovati più volte a discutere del prezzo di un piatto o di una sciarpa con persone che, dopo pochi minuti, sembravano molto più interessate a sapere perché tre italiani fossero arrivati fin lì in moto che a vendere davvero qualcosa. Alla fine uscivamo con un souvenir nello zaino, ma soprattutto con la sensazione di aver conosciuto qualcuno, ed è una differenza che in viaggio pesa molto più di quanto si possa immaginare.
Il profumo del pane appena sfornato accompagna ogni passeggiata come un filo invisibile. I forni tandoor lavorano senza sosta, le spezie colorano i banchi del mercato, il tè viene versato lentamente e la sera, quando il caldo finalmente concede una tregua, le piazze tornano a riempirsi. I ragazzi iniziano a suonare i tamburi, i bambini si fermano ad ascoltare, le famiglie prendono posto all’aperto e persone provenienti da ogni parte del mondo finiscono per condividere lo stesso spazio senza nemmeno accorgersene. In quei momenti è difficile capire chi stia osservando chi, perché la curiosità è reciproca e il confine tra chi viaggia e chi accoglie sembra scomparire completamente.
Ripensandoci, credo che Bukhara mi abbia regalato la sensazione più vicina a quella che, da bambina, immaginavo quando sentivo pronunciare la parola Oriente. Non per le cupole, i minareti o i bazar, ma perché qui tutto sembra ancora appartenere a un ritmo diverso, nel quale il tempo non viene misurato da quanto riesci a fare in una giornata, ma dalla qualità con cui scegli di viverla. E forse è proprio questa la ragione per cui, lasciando la città, ho avuto l’impressione di portarmi via molto più di qualche fotografia e di qualche souvenir: mi sembrava di aver trascorso due giorni dentro un modo diverso di guardare il mondo.