A una settimana dalla partenza, 4700km e 6 stati attraversati ..

È passata una settimana dalla partenza.

Sette giorni soltanto, eppure ho la sensazione che la persona che ha chiuso la porta di casa e ha acceso la moto non sia esattamente la stessa che oggi guida attraverso le praterie del Kazakistan.

Il viaggio ha uno strano modo di alterare il tempo…A casa una settimana può scivolare via senza lasciare quasi traccia. Qui, invece, ogni giornata sembra contenere una vita intera. Ogni confine, ogni incontro, ogni difficoltà aggiunge uno strato. Ti allontani geograficamente da ciò che conosci, ma allo stesso tempo ti avvicini a parti di te che nella vita di tutti i giorni riesci a tenere nascoste.

Abbiamo lasciato la Russia.

Un luogo che, prima di entrarci, era soprattutto un insieme di idee, timori e racconti ascoltati da lontano. Poi la strada ha fatto crollare le semplificazioni e al loro posto ha messo dei volti.

Persone che ci hanno aiutati quando trovare benzina sembrava impossibile.

Persone che avrebbero potuto ignorarci e invece si sono fermate, hanno cercato una soluzione, ci hanno indicato un distributore, hanno telefonato a qualcuno, hanno condiviso informazioni e tempo.

Eccolo qua uno degli insegnamenti più forti del viaggio: i Paesi vengono raccontati attraverso la politica, i confini, i conflitti e le paure. Ma quando li attraversi davvero, li conosci attraverso i gesti. Un Paese può essere complicato ma la sua gente meravigliosa e le due cose possono coesistere tranquillamente.

Ora siamo in Kazakistan, dove la terra si è liberata di tutto ciò che è superfluo e l’orizzonte è così lontano che a volte sembra di poter vedere la sua curvatura.

Le praterie sono immense ..piene di cavalli, cammelli, mucche e pecore  che si muovono liberi in spazi che noi non siamo più abituati nemmeno a immaginare..

E così capisci perché il Kazakistan è stato per migliaia di anni la patria dei popoli nomadi della Grande Steppa. Uomini e donne che vivevano a cavallo, seguivano le stagioni, allevavano le loro mandrie e attraversavano distanze che oggi ci sembrano inconcepibili. In queste pianure infinite il cavallo non era soltanto un mezzo di trasporto: era libertà, sopravvivenza, identità. Ancora oggi è il simbolo di questo Paese e, mentre li vedi correre liberi accanto a te , hai quasi la sensazione che il tempo qui abbia deciso di rallentare.

Guardarli provoca una sensazione difficile da spiegare, una specie di nostalgia per qualcosa che forse non abbiamo mai vissuto ..quella di una libertà originaria, di una vita meno chiusa, meno controllata, meno piena di confini visibili e invisibili.

A casa misuriamo tutto : il tempo, le distanze, la produttività, il valore delle cose, perfino l’attenzione che concediamo agli altri…invece qua, la vastità ridimensiona ogni certezza.

Davanti a queste pianure, le preoccupazioni non scompaiono, ma cambiano proporzione.

Capisci quanto sei piccola, che non  devi essere sempre il centro di tutto o controllare ogni cosa.

Puoi essere semplicemente una persona di passaggio, sopra una moto, sotto un cielo enorme.

E poi ci sono gli incontri.

Le persone ci osservano, si avvicinano, fanno mille domande. Vogliono sapere da dove arriviamo, dove stiamo andando, quanto è lunga la strada, perché abbiamo scelto proprio questo viaggio…. A volte non abbiamo nemmeno una lingua comune, eppure riusciamo a comprenderci. Ci regalano sorrisi gratis …

Siamo abituati a vivere in un mondo in cui tutto sembra avere un prezzo o uno scopo, dove ogni  gesto deve produrre qualcosa, ogni relazione deve portare da qualche parte, ogni attenzione sembra aspettarsi un ritorno…Qui, invece, qualcuno ti sorride e basta. Non per venderti qualcosa….Sorride perché sei lì, perché sei straniera..Perché la tua presenza ha acceso una curiosità.

E in quel momento ti accorgi che essere accolti non richiede grandi discorsi ma anche solo uno sguardo incrociato con persone che, pur avendo magari poco, non hanno paura di offrirti una parte della loro gentilezza.

Viaggiare così significa esporsi.

Non puoi sapere sempre dove dormirai, se troverai benzina, se la strada sarà buona, se capirai ciò che ti stanno dicendo. Devi accettare di dipendere dagli altri ed è difficile, perché la nostra vita ci insegna a essere autonomi, efficienti, preparati. Ma essere vulnerabili non significa essere deboli.. solo lasciare agli altri la possibilità di essere buoni con te perché , se non hai mai bisogno di nessuno, non scoprirai mai fino in fondo quanta generosità esiste nel mondo.

Dopo una settimana mi accorgo che questo viaggio non sta semplicemente accumulando chilometri ma togliendo sovrastrutture e certezze…Toglie la convinzione di sapere già come siano i luoghi , le persone e l’illusione che la vita possa essere pianificata fino in fondo.

E mentre toglie, restituisce qualcosa di più essenziale: la gratitudine.

Non so ancora cosa troveremo più avanti..Non so in che modo questo viaggio ci cambierà.

So però che la destinazione sta diventando sempre meno importante.

Samarcanda rimane davanti a noi, certo, ma il viaggio vero sta accadendo adesso…ogni volta che una persona sconosciuta ci ricorda che il mondo non è soltanto il luogo ostile che spesso ci raccontano.

Forse partire significa accettare di non tornare identici ma lasciare che la strada metta in discussione ciò che pensavi di sapere….Scoprire che si può essere profondamente tristi e, nello stesso istante, profondamente grati…Che la sofferenza non rende la bellezza meno vera.. e che la bellezza non rende il dolore meno importante.

Una settimana fa credevo che stessimo attraversando il mondo ma , oggi, comincio a pensare che sia il mondo ad attraversare noi.

E che ogni chilometro percorso stia  lasciando dentro di noi una traccia

Quando torneremo, forse nessuno potrà vederla…Ma noi sapremo che esiste e sarà proprio quella traccia il senso di tutta questa strada.

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GIORNI 8 e 9 : da Atyrau ad Aralsk. 1200km e ( quasi ) non sentirli 😅

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Giorno 6– Benvenuti in Russia. O forse no.